Il mio primo mese in Francia

Domani festeggio il mio primo mesiversario con la città che sarà la mia casa per i prossimi sei mesi. Cinque, ormai. Ve la descrivo: sud della Francia, il centro è fatto di piccoli mattoncini, tant’è che spesso non è poi così semplice distinguere la strada dal marciapiede, ci sono due linee della métro (una gialla e una rossa), un sacco di chiese gotiche in cui suonano l’organo la domenica, librerie ovunque e, quando sbuca fuori il sole, si capisce perché è conosciuta come la ville rose. Tolosa. Ormai un mese. Ormai la mia città. 

Quante cose sto vedendo, quante cose sto imparando, quante disavventure sul mio cammino (questo post avrei potuto chiamarlo “di lavatrici rotte, corrente che salta e burocrazia alle costole“, ma magari di questo vi parlo un’altra volta) e quanta voglia di continuare a fare i miei passi, qui, a partire dalla stazione di Marengo SNCF fino ad arrivare a Jean Jaurés per fare il cambio, prendere la linea gialla e finire Dio solo sa dove. Esplorare, perdersi, osservare. Sarò sincera, in questo mese ho avuto poche occasioni di perdermi (e meno male, perché sapete che l’orientamento non è esattamente il mio forte) e di giri ne ho fatti meno di quanti avrei voluto, ma l’Erasmus – almeno per me – è anche (e soprattutto, almeno qua in Francia) studio, quindi la triste verità è che sto sempre china sui libri. O quasi

E già mi perdo in questo post che avrei voluto costruire con un po’ più di criterio, perché a me piace che le cose siano bene ordinate, soprattutto nella mia vita, ma una delle tante cose che sto imparando grazie a questa permanenza in Francia è che non sempre l’ordine è una cosa possibile e a volte è proprio nel caos che si trovano i tesori più preziosi. Questa regola però purtroppo non vale per il bucato, perché quei calzini che ho perso chissà dove ormai hanno acquisito di diritto la cittadinanza francese, quindi addio per sempre mes amis.

Bene, dov’ero rimasta? Ah sì, ordine. Sarò onesta, già sono stupita di aver trovato un momento da ritagliarmi per poter buttare giù i miei pensieri nella baraonda (in senso buono, buonissimo) che è diventata la mia vita da un mese a questa parte. Per una persona che ha sempre vissuto con mamma e papà, devo dire che partire per conto mio e decidere di vivere da sola non è stata esattamente una scelta facile perché sopravvivere – all’estero e da sola – non è una passeggiata. “Da sola” relativamente poi, perché condivido l’appartamento con due mie compagne di corso quindi da sola non lo sono mai, ma devo occuparmi di me, delle mie cose, della casa, del nutrimento. Soprattutto del nutrimento, l’Erasmus mi rende affamata. O forse è solo una scusa per godermi tutti i dolcetti burrosi che fanno qui in Francia? La verità la sapremo solo io e la mia bilancia. Comunque, dicevo: vivere da soli non è una robetta da niente, specialmente se non si è abituati. Ecco qualche considerazione che mi sento di fare dopo un mese di vita lontana dal nido familiare:

  1. Il sale, lo zucchero e l’olio non compaiono da soli per magia nella dispensa, che è un po’ una metafora casereccia per dire che a volte sono le cose più importanti che diamo per scontate. Oppure è un modo per ricordarmi cosa mettere nella mia prossima lista della spesa, fate voi. 
  2. Il bidet è un bene di prima necessità. Questo non c’entra molto con l’andare a vivere en solitaire, ma con la Francia in sé. E’ proprio vero quando ti dicono che ti rendi conto delle cose che ami per davvero solo quando le perdi.
  3. Cambiare abitudini non mi ha disorientato tanto quanto avrei creduto, ma mi intimorisce un po’ il ritorno a casa perché ho l’impressione che sarà più difficile calarmi nuovamente nelle mie routine di sempre. Di questo però magari ne parliamo quando torno, per ora sono solo pensieri. Disordinati, ovviamente. 
  4. A volte per sentirsi a casa basta poco, a volte invece ti mancano anche le cose più sciocche. Prima della partenza, quando è arrivato il momento di fare le valigie, il primo punto sulla lista delle cose da portare (come vi dicevo, sono una maniaca dell’ordine e le liste sono le mie migliori amiche) al primo posto ho messo tutte quelle cose che mi avrebbero ricordato casa, fotografie soprattutto. Una volta arrivata a Tolosa mi sono accorta di non poterle attaccare alle pareti come avrei voluto e quindi mi sono dovuta ingegnare per rendere mio questo piccolo spazio, questo angolo di mondo che ogni tanto chiamo casa, mentre in altri momenti solo Tolosa. E’ incredibile come diventino preziosi dei fogli di carta lucida, dei segnalibri, una piccola candela, un barattolo vuoto, un vecchio orsacchiotto. Tutti oggetti che a casa mia magari notavo appena, perché sono sempre stata circondata da mille cose che mi parlavano della mia vita, della mia famiglia, del mio amore, mentre qua ogni ricordo di casa è prezioso, è un monito di quello che ho lasciato in Italia e che ritroverò al mio ritorno.
  5. Fare la spesa è bellissimo, ma anche traumatico. Che bello comprare solo cose di mio gusto, pensare a quello che voglio mangiare io, a quello che piace a me, e che bella la libertà di girare tra gli scaffali e farmi ispirare da quello che vedo, che bello sperimentare ai fornelli! Che strano, però, cucinare per uno e soprattutto pensare alle porzioni per uno. Perché se si vive da soli, ho notato, una delle sfide più grandi è proprio porzionare. Qualche esempio: il sugo al pomodoro della Barilla migliore per rapporto qualità-prezzo è quello da 400 grammi, ma va consumato nel giro di qualche giorno dall’apertura e se lo usi solo tu questo equivale al dare il via alla fiera del pomodoro. La carne, ragazzi la carne, è venduta sempre a fette di due, ma meno male che esiste il congelatore quindi una te la mangi subito e l’altra la metti a riposo, pronta ad attenderti per il prossimo pasto. Non bisogna esagerare con la verdura perché sennò rischia di andare a male, cosa che per me è tragica perché mi piace avere tanta scelta quando cucino. Insomma, tante cose. Però col tempo si imparano dei trucchi niente male, quindi quando ne raccolgo un po’ magari li condivido con voi. 
  6. La mia vita da una parte mi sembra in pausa, dall’altra invece mi pare stia scorrendo velocissima. Questa forse è la sensazione più strana di tutte, quella che più mi disorienta. Ho cambiato posto, ma le mie radici sono sempre a casa, a Bologna. Ho conosciuto tante persone, ma quelle che contano davvero sono a chilometri di distanza. Io sono l’unico elemento di questo insieme un po’ di qua e un po’ di là, un po’ a Tolosa e un po’ a Bologna, un po’ col corpo e un po’ col cuore, sospesa tra due estremità che si sfiorano appena. Mi riconosceranno, mi chiedo, quando tornerò? A questo proposito una delle persone più importanti della mia vita mi ha detto che non me ne devo preoccupare, che stiamo sempre camminando insieme su due binari paralleli anche se un po’ distanti. Ho deciso di aggrapparmi a questo.

Dopo questa breve lista, giusto per darvi qualche esempio, mi rendo conto che sono le otto di sera e che non ho ancora mangiato e, purtroppo, un piatto di pasta non apparirà magicamente sulla mia tavola quindi mi tocca andare a farmi da mangiare. Ah, la vita del fuorisede! La vita del fuoripaese. Che poi, parliamoci chiaro: la vita dell’italiano all’estero, culinariamente parlando, è una tragedia. Non avete idea di quanto mi manchi la pizza, i tortellini, le lasagne, il salume. Come già vi dicevo, le cose che diamo per scontate sono quelle che ci mancano di più una volta perdute. Per dirvi, ogni tanto da brava bolognese la mortadella me la sogno.

Ma chiudiamo ora ahimé la parentesi cibo e apriamone un’altra, anche se come vi dicevo la parola all’ordine del giorno ormai è diventata disordine (il gioco di parole non era voluto, è che semplicemente non so più parlare nessuna lingua. Qua è un metissage di un po’ di tutto, un ingarbuglio di cose dai contorni sfumati), quindi non so neanche più cosa volevo dire. Ho tanti pensieri, come sempre, ma sento di affrontarli con più calma e questa è una bella novità. Per una persona ansiosa come me, è un gran cambiamento. Sapevo che questa esperienza mi avrebbe plasmato in modi sconosciuti, sorprendenti anche, ma mai avrei pensato di vederne gli effetti così presto. Certo, un mese non è poco, ma è pur sempre un mese. Mi sento più: sicura di me stessa, consapevole, curiosa, attenta, preparata. Tante cose, insomma. Alcune forse non le vedo ancora, ma già ci sono. Sento, piano piano, di star diventando davvero una donna. Non so che tipo, non so bene come, ma mi piaccio. E mi piace anche questo viaggio. Sto scoprendo quali sono i miei limiti e li sto oltrepassando, sto affrontando le cose con il cuore sereno nonostante siano difficili, nonostante ogni tanto mi tolgano il fiato. La cosa più bella poi, è che lo faccio col sorriso e, soprattutto, restando sempre me stessa. Sono sempre io, sempre Erika, ma sto crescendo. Un passo dopo l’altro, umilmente, ma con costanza. 

Quanto mi piacerebbe che questi pensieri fossero più coerenti, che ci fosse un filo logico a legarli. Invece ve li sto mostrando esattamente come mi si presentano, che è un po’ com’è la mia vita adesso: un giorno dopo l’altro, senza pretese, ventiquattro ore alla volta e poi vediamo come va, vediamo che mi aspetta. Questa insicurezza, questa instabilità, l’accolgo però con gioia perché mi sta portando esattamente dove sento di dover andare, mi sta facendo scoprire che cosa voglio davvero dalla mia vita. Non fraintendetemi, per ora non ho avuto chissà che rivelazione stando qui (tranne quella dell’essenzialità del bidet), ma sto sicuramente confermando delle scelte che avevo preso prima di partire e che so che cambieranno per sempre la mia vita. E per fortuna. Non vi dico di più perché sono cose mie ed è giusto che rimangano tali, sappiate però che sono cose belle e che mi rendono felice, e spero questo vi basti.

Mi piacerebbe potervi dire altro, ma ora come ora penso basti quello che ho già detto: una serie di pensieri sconclusionati, lo so, ma spero vi abbia comunque fatto piacere leggerli. L’Erasmus è un’esperienza incredibile e sento che ci sono tante altre cose da dire, tanto altro di cui vorrò parlarvi. Tanto altro, soprattutto, che avrò bisogno di documentare. Â bientôt.

 

 

 

 

 

 

 

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