Io, uno dei fratelli Dunbar

In quel momento sentì brontolare lo stomaco. Si chinò in avanti, i piedi incollati al pavimento. Tra le mani aveva la scatola di legno e l’accendino, e guardò la scritta MATADOR e la molletta presa di recente. Per tutta una serie di motivi, non riusciva a muoversi. Non ancora. Ma presto ce l’avrebbe fatta.

Nella vita di ogni lettore ci sono scrittori e scrittori, libri e libri. Ci sono parole che scorrono sotto ai nostri occhi semplicemente per quello che sono, file di significati che creano una storia, e poi ce ne sono invece delle altre che maciniamo con misurata lentezza o che divoriamo con una frenesia vorace per poi tornare a rileggerle con calma solo più tardi e che ci rimangono impresse, che ritroviamo marchiate a fuoco sulla nostra pelle, bollenti e indelebili. Ci sono scrittori più o meno abili, e poi altri ancora che si posizionano al di sopra di queste categorie, che le scardinano come porte di legno vecchio infestate dai tarli e le sostituiscono con qualcosa di mai visto, qualcosa di inarrivabile. Ci sono infatti, credo per tutti, quegli autori che riconosceremmo anche solo da una frase, quelli talmente inconfondibili che basta una parola per farci dire “ah, eccolo. E’ lui.” con la tenerezza di chi ritrova un caro amico dopo tanto tempo. Per me uno di questi è Markus Zusak, l’abile penna australiana che ha creato quelli che (almeno per me) sono dei veri e propri capolavori: Storia di una ladra di libri, Io sono il messaggero e, il più recente, Il ponte d’argilla

E quando parlo di loro desidero che mi immaginiate con un grande sorriso, uno di quelli che non tocca solo le labbra ma che invita a unirsi anche tutto il viso. Il sorriso di chi parla di qualcosa che ama profondamente e che condivide volentieri, perché le cose belle sono ancora più ricche se condivise, anche se è sempre difficile dipingere a parole un legame così intimo come quello che si può instaurare, come un intreccio di diversi filamenti, tra una persona e il suo corrispettivo cartaceo. Perché quando mi chiedono quale sia il libro che più mi rappresenta io, senza battere ciglio e con la naturalezza che spesso conservano solo i bambini, indico i volumi di Zusak che riposano sulla mia scrivania in quell’angolo che per me è il più comodo per poterli raggiungere quando serve, quando ho bisogno di uno specchio o di un rifugio, semplicemente allungando il braccio. I miei alter ego di cellulosa infatti sono nati grazie a lui, a Markus Zusak, e non è mai stato semplice per me parlarne senza sentirmi coinvolta, senza metterci tutto il cuore. Ma poi è anche vero che io con il cuore ho sempre fatto tutto, quindi va bene così. 

E quindi dopo aver rimandato il più possibile la fine, dopo aver masticato il suo nuovo libro a bocconi piccoli per poter restare il più possibile in compagnia dei fratelli Dunbar, dopo averlo – finalmente, ma anche ahimé – finito ed essere subito ritornata all’inizio con l’intento di cominciarlo da capo un’altra volta, eccomi qui. Eccomi per parlarne, per raccontarvi. 

Il ponte d’argilla è la storia di cinque fratelli, Matthew, Rory, Henry, Clay e Thommy, e di un ponte, il ponte d’argilla di Clay. La storia di un gatto tigrato che fa continuamente le fusa, di un mulo in mezzo alla cucina, di piedi avvolti nel nastro adesivo, dell’Assassino, di una ragazza dagli occhi lucenti, di Achille, Ulisse e Telemaco, della Sbagliatrice e di una molletta per il bucato. Una trama scarna quella che vi racconto, con una spruzzata di cose che forse al momento non riuscirete a capire perché, come capita spesso con i libri davvero belli, non serve spingersi troppo oltre, non serve raccontare tanto, perché ci penserà lui a fornire tutto il resto. Con questo almeno, succede proprio così.

Gli ci era voluto un momento per capire che era sabato. E sera, non l’alba. E in uno stato delirante, con le mani che bruciavano, coperte di sangue, decise che voleva rivedere la città, e preparò un bagaglio leggero: la scatola di legno, e i libri sui ponti che preferiva. Poi si fece la doccia, con le mani che bruciavano, si vestì, con le mani che bruciavano, e si avviò barcollando verso la città. Solo una volta esitò e si voltò a guardare il suo lavoro, e bastò quello: in mezzo alla strada, si sedette, e la campagna si levò intorno a lui.

“Ce l’ho fatta”.

Poche parole, e ciascuna sapeva di terra.

Ora però ci sono io che faccio fatica, perché non è mai semplice per me trasformare le emozioni in parole, dar loro una forma che spesso risulta essere anche un limite quando invece forse sarebbe meglio lasciare che occupino gli spazi di cui necessitano per esistere al di fuori di me. Se devo essere sincera, è difficile per me dover condividere i fratelli Dunbar, così come è stato difficile dover condividere Liesel, la ladra di libri, o Hans Hubermann, l’uomo con la fisarmonica. Perché i personaggi di Markus Zusak ti entrano dentro, ma non si limitano mai solo a questo: sono vivi, parlano, bucano le pagine, entrano nella tua dimensione, acquistano una loro forma, diventano solidi, di sangue e di carne, si fanno strada tra la carta, allungano una mano per afferrarti per il bavero della maglietta e trascinarti dentro dove loro solo sanno, in una piega dove puoi esistere anche tu se solo lasci che ti accolgano tra di loro. Perciò eccomi. Io, uno dei fratelli Dunbar.

Quando si legge un romanzo di Zusak è impossibile resistere, devi farti trascinare. Anche i più bravi, anche quelli più solidi sui propri piedi, ecco voi, sì proprio voi, non pensate di farla franca, non crediate di potergli sfuggire. E’ un attimo, a malapena ce ne si accorge. Il clic di un tasto di una vecchia macchina da scrivere e via, siete dentro e non potete più fuggire. Non cercate di ribellarvi, ma lasciate che il fiume vi porti fino in fondo. Alla fine, se presterete attenzione, ci sarà un ponte ad attendervi. E quel ponte sarà fatto di Clay.

In un racconto che salta avanti e indietro, dal passato al presente al futuro poi di nuovo indietro non necessariamente in questo ordine, si srotola la storia dei fratelli Dunbar, quella di un padre dagli occhi acquamarina e del pianoforte di Penelope, quella di una ragazza che cavalca veloce nel vento e di un ponte, ma questo ve l’ho già detto. Una storia fugace, che si rivela piano piano, come un orologio che passa in ritardo da un minuto all’altro seguendo una concezione del tempo familiare a lui e a nessun’altro. Una storia che catapulta in Australia, in un universo che sembra immenso se visto dalle tegole del tetto della casa al 18 di Archer Street, e che trascina nel turbinio che non posso che definire poetico (sì lo so, suona un po’ artificiosa come descrizione, ma che altro posso dirvi? E’ vero) che si materializza al passaggio dell’abile penna dell’autore. Una storia che ci trasforma tutti in uno dei fratelli Dunbar.

L’emozione che racchiude Zusak nelle sue storie penso sia impareggiabile. E sì, so bene che l’emozione si nasconde in ognuno di noi assopita, nella misura che ci appartiene, in quella valigia che ci portiamo appresso e che contiene tutto ciò che abbiamo vissuto, visto, sentito, le persone che ci hanno toccato e quello che ci hanno lasciato, chi siamo, la nostra direzione e gli obiettivi che tentiamo di raggiungere. So quanto pesi su tutto questo una soggettività che è nostra e che descrive un solo io, un’identità che appartiene a noi soltanto. E soprattutto so, e me dispiaccio molto, che questo libro non vi toccherà mai come ha toccato me, forse non vi toccherà affatto. Ce ne saranno altri però, magari molto diversi da quelli che leggo io, che invece sapranno sfiorarvi come quelli di Zusak colpiscono me, e di questo invece sono contenta. Penso sia il bello dell’esperienza letteraria, la sua unicità

Però che dire, io mi sento sempre vicina ai personaggi che crea. O meglio, sono i personaggi che crea, o lo divento man mano che scorrono le pagine. Penso infatti che questo scrittore sia uno dei più delicati nel tentativo di tracciare l’umanità, nel bello e nel brutto, nella gioia e nella tragedia. Gli basta una frase, una soltanto, per forare le pagine. Gli basta poco, e raramente ci gira troppo attorno, per far germogliare qualcosa che sarà indelebile e che, in qualche assurdo modo, vivrà attraverso di me. Quando leggo un libro di Markus Zusak ho quasi l’impressione di diventare la bozza di un romanzo sottoposto allo sguardo severo di un editore armato di penna rossa che saprà darmi esattamente ciò che mi serve per essere più vibrante, più consapevole. Quando leggo un suo libro, quindi, non sono mai la stessa persona che ha sollevato la copertina, come non sono mai quella che l’ha poi richiusa. E’ strano da spiegare – ve l’avevo detto no, che è complicato dare forma alle emozioni? – ma i suoi romanzi non hanno mai una vera e propria fine: certo, come qualsiasi libro-oggetto hanno una prima e anche un’ultima pagina, ma la storia, almeno per me, finisce sempre con una virgola. C’è sempre un ma, un però. Sono storie che macinano, che fermentano, che ribollono. Sono personaggi che restano al mio fianco, invisibili ma lì, e che talvolta appoggiano la mano sulla mia spalla per incoraggiarmi, per darmi una spintarella. Sono parole che rimangono impresse nel mio sguardo come quando capita di osservare una fonte di luce molto forte e quella ti segue ancora per un po’ anche quando abbassi gli occhi. Sono qui, con me. 

La storia di Clay è una storia che colpisce, che mi ha colpito, perché non sembra di star leggendo un romanzo, perché parla della vita. Perché lo fa con quelli che sono i tipici fronzoli di Zusak, ma che non nascondono o edulcorano nulla, ma anzi evidenziano invece anche ciò che non vorremmo mai vedere, anche quello che non dovrebbe succedere mai perché è troppo difficile accettarlo o conviverci. Una cosa poi che amo tantissimo di questo autore, è che il meglio si nasconde nei silenzi e negli spazi vuoti. E’ nel non detto che Zusak nasconde il suo talento, in quello che sta al lettore indovinare grazie agli indizi che sparpaglia sapientemente tra una parola e l’altra. E tu lettore diventi spettatore e protagonista al tempo stesso, movimento attivo e spinta nello scompiglio della vita di Matthew, Rory, Henry, Clay e Thommy, nell’intreccio di braccia, teste e gambe delle loro zuffe.

Non c’è davvero altro modo di spiegarlo, forse sono io che pecco come scrittrice e che non so in che modo girare le parole per dirvi di più. Ormai avrete capito che le mie recensioni non sono mai tali, sono piuttosto dei resoconti di ciò che ho vissuto a contatto con le storie e il potere che hanno avuto quelle parole su di me. E’ un legame intimo quello che si va a instaurare tra i libri e gli esseri umani, soprattutto tra quelli che sono in grado di comprendersi perché simili, perché condividono una sensibilità che possono capire solo loro.

Questi siamo io e Markus Zusak. Io, uno dei fratelli Dunbar.

 

 

 

 

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