Io, uno dei fratelli Dunbar

In quel momento sentì brontolare lo stomaco. Si chinò in avanti, i piedi incollati al pavimento. Tra le mani aveva la scatola di legno e l’accendino, e guardò la scritta MATADOR e la molletta presa di recente. Per tutta una serie di motivi, non riusciva a muoversi. Non ancora. Ma presto ce l’avrebbe fatta.

Nella vita di ogni lettore ci sono scrittori e scrittori, libri e libri. Ci sono parole che scorrono sotto ai nostri occhi semplicemente per quello che sono, file di significati che creano una storia, e poi ce ne sono invece delle altre che maciniamo con misurata lentezza o che divoriamo con una frenesia vorace per poi tornare a rileggerle con calma solo più tardi e che ci rimangono impresse, che ritroviamo marchiate a fuoco sulla nostra pelle, bollenti e indelebili. Ci sono scrittori più o meno abili, e poi altri ancora che si posizionano al di sopra di queste categorie, che le scardinano come porte di legno vecchio infestate dai tarli e le sostituiscono con qualcosa di mai visto, qualcosa di inarrivabile. Ci sono infatti, credo per tutti, quegli autori che riconosceremmo anche solo da una frase, quelli talmente inconfondibili che basta una parola per farci dire “ah, eccolo. E’ lui.” con la tenerezza di chi ritrova un caro amico dopo tanto tempo. Per me uno di questi è Markus Zusak, l’abile penna australiana che ha creato quelli che (almeno per me) sono dei veri e propri capolavori: Storia di una ladra di libri, Io sono il messaggero e, il più recente, Il ponte d’argilla

E quando parlo di loro desidero che mi immaginiate con un grande sorriso, uno di quelli che non tocca solo le labbra ma che invita a unirsi anche tutto il viso. Il sorriso di chi parla di qualcosa che ama profondamente e che condivide volentieri, perché le cose belle sono ancora più ricche se condivise, anche se è sempre difficile dipingere a parole un legame così intimo come quello che si può instaurare, come un intreccio di diversi filamenti, tra una persona e il suo corrispettivo cartaceo. Perché quando mi chiedono quale sia il libro che più mi rappresenta io, senza battere ciglio e con la naturalezza che spesso conservano solo i bambini, indico i volumi di Zusak che riposano sulla mia scrivania in quell’angolo che per me è il più comodo per poterli raggiungere quando serve, quando ho bisogno di uno specchio o di un rifugio, semplicemente allungando il braccio. I miei alter ego di cellulosa infatti sono nati grazie a lui, a Markus Zusak, e non è mai stato semplice per me parlarne senza sentirmi coinvolta, senza metterci tutto il cuore. Ma poi è anche vero che io con il cuore ho sempre fatto tutto, quindi va bene così. 

E quindi dopo aver rimandato il più possibile la fine, dopo aver masticato il suo nuovo libro a bocconi piccoli per poter restare il più possibile in compagnia dei fratelli Dunbar, dopo averlo – finalmente, ma anche ahimé – finito ed essere subito ritornata all’inizio con l’intento di cominciarlo da capo un’altra volta, eccomi qui. Eccomi per parlarne, per raccontarvi. 

Il ponte d’argilla è la storia di cinque fratelli, Matthew, Rory, Henry, Clay e Thommy, e di un ponte, il ponte d’argilla di Clay. La storia di un gatto tigrato che fa continuamente le fusa, di un mulo in mezzo alla cucina, di piedi avvolti nel nastro adesivo, dell’Assassino, di una ragazza dagli occhi lucenti, di Achille, Ulisse e Telemaco, della Sbagliatrice e di una molletta per il bucato. Una trama scarna quella che vi racconto, con una spruzzata di cose che forse al momento non riuscirete a capire perché, come capita spesso con i libri davvero belli, non serve spingersi troppo oltre, non serve raccontare tanto, perché ci penserà lui a fornire tutto il resto. Con questo almeno, succede proprio così.

Gli ci era voluto un momento per capire che era sabato. E sera, non l’alba. E in uno stato delirante, con le mani che bruciavano, coperte di sangue, decise che voleva rivedere la città, e preparò un bagaglio leggero: la scatola di legno, e i libri sui ponti che preferiva. Poi si fece la doccia, con le mani che bruciavano, si vestì, con le mani che bruciavano, e si avviò barcollando verso la città. Solo una volta esitò e si voltò a guardare il suo lavoro, e bastò quello: in mezzo alla strada, si sedette, e la campagna si levò intorno a lui.

“Ce l’ho fatta”.

Poche parole, e ciascuna sapeva di terra.

Ora però ci sono io che faccio fatica, perché non è mai semplice per me trasformare le emozioni in parole, dar loro una forma che spesso risulta essere anche un limite quando invece forse sarebbe meglio lasciare che occupino gli spazi di cui necessitano per esistere al di fuori di me. Se devo essere sincera, è difficile per me dover condividere i fratelli Dunbar, così come è stato difficile dover condividere Liesel, la ladra di libri, o Hans Hubermann, l’uomo con la fisarmonica. Perché i personaggi di Markus Zusak ti entrano dentro, ma non si limitano mai solo a questo: sono vivi, parlano, bucano le pagine, entrano nella tua dimensione, acquistano una loro forma, diventano solidi, di sangue e di carne, si fanno strada tra la carta, allungano una mano per afferrarti per il bavero della maglietta e trascinarti dentro dove loro solo sanno, in una piega dove puoi esistere anche tu se solo lasci che ti accolgano tra di loro. Perciò eccomi. Io, uno dei fratelli Dunbar.

Quando si legge un romanzo di Zusak è impossibile resistere, devi farti trascinare. Anche i più bravi, anche quelli più solidi sui propri piedi, ecco voi, sì proprio voi, non pensate di farla franca, non crediate di potergli sfuggire. E’ un attimo, a malapena ce ne si accorge. Il clic di un tasto di una vecchia macchina da scrivere e via, siete dentro e non potete più fuggire. Non cercate di ribellarvi, ma lasciate che il fiume vi porti fino in fondo. Alla fine, se presterete attenzione, ci sarà un ponte ad attendervi. E quel ponte sarà fatto di Clay.

In un racconto che salta avanti e indietro, dal passato al presente al futuro poi di nuovo indietro non necessariamente in questo ordine, si srotola la storia dei fratelli Dunbar, quella di un padre dagli occhi acquamarina e del pianoforte di Penelope, quella di una ragazza che cavalca veloce nel vento e di un ponte, ma questo ve l’ho già detto. Una storia fugace, che si rivela piano piano, come un orologio che passa in ritardo da un minuto all’altro seguendo una concezione del tempo familiare a lui e a nessun’altro. Una storia che catapulta in Australia, in un universo che sembra immenso se visto dalle tegole del tetto della casa al 18 di Archer Street, e che trascina nel turbinio che non posso che definire poetico (sì lo so, suona un po’ artificiosa come descrizione, ma che altro posso dirvi? E’ vero) che si materializza al passaggio dell’abile penna dell’autore. Una storia che ci trasforma tutti in uno dei fratelli Dunbar.

L’emozione che racchiude Zusak nelle sue storie penso sia impareggiabile. E sì, so bene che l’emozione si nasconde in ognuno di noi assopita, nella misura che ci appartiene, in quella valigia che ci portiamo appresso e che contiene tutto ciò che abbiamo vissuto, visto, sentito, le persone che ci hanno toccato e quello che ci hanno lasciato, chi siamo, la nostra direzione e gli obiettivi che tentiamo di raggiungere. So quanto pesi su tutto questo una soggettività che è nostra e che descrive un solo io, un’identità che appartiene a noi soltanto. E soprattutto so, e me dispiaccio molto, che questo libro non vi toccherà mai come ha toccato me, forse non vi toccherà affatto. Ce ne saranno altri però, magari molto diversi da quelli che leggo io, che invece sapranno sfiorarvi come quelli di Zusak colpiscono me, e di questo invece sono contenta. Penso sia il bello dell’esperienza letteraria, la sua unicità

Però che dire, io mi sento sempre vicina ai personaggi che crea. O meglio, sono i personaggi che crea, o lo divento man mano che scorrono le pagine. Penso infatti che questo scrittore sia uno dei più delicati nel tentativo di tracciare l’umanità, nel bello e nel brutto, nella gioia e nella tragedia. Gli basta una frase, una soltanto, per forare le pagine. Gli basta poco, e raramente ci gira troppo attorno, per far germogliare qualcosa che sarà indelebile e che, in qualche assurdo modo, vivrà attraverso di me. Quando leggo un libro di Markus Zusak ho quasi l’impressione di diventare la bozza di un romanzo sottoposto allo sguardo severo di un editore armato di penna rossa che saprà darmi esattamente ciò che mi serve per essere più vibrante, più consapevole. Quando leggo un suo libro, quindi, non sono mai la stessa persona che ha sollevato la copertina, come non sono mai quella che l’ha poi richiusa. E’ strano da spiegare – ve l’avevo detto no, che è complicato dare forma alle emozioni? – ma i suoi romanzi non hanno mai una vera e propria fine: certo, come qualsiasi libro-oggetto hanno una prima e anche un’ultima pagina, ma la storia, almeno per me, finisce sempre con una virgola. C’è sempre un ma, un però. Sono storie che macinano, che fermentano, che ribollono. Sono personaggi che restano al mio fianco, invisibili ma lì, e che talvolta appoggiano la mano sulla mia spalla per incoraggiarmi, per darmi una spintarella. Sono parole che rimangono impresse nel mio sguardo come quando capita di osservare una fonte di luce molto forte e quella ti segue ancora per un po’ anche quando abbassi gli occhi. Sono qui, con me. 

La storia di Clay è una storia che colpisce, che mi ha colpito, perché non sembra di star leggendo un romanzo, perché parla della vita. Perché lo fa con quelli che sono i tipici fronzoli di Zusak, ma che non nascondono o edulcorano nulla, ma anzi evidenziano invece anche ciò che non vorremmo mai vedere, anche quello che non dovrebbe succedere mai perché è troppo difficile accettarlo o conviverci. Una cosa poi che amo tantissimo di questo autore, è che il meglio si nasconde nei silenzi e negli spazi vuoti. E’ nel non detto che Zusak nasconde il suo talento, in quello che sta al lettore indovinare grazie agli indizi che sparpaglia sapientemente tra una parola e l’altra. E tu lettore diventi spettatore e protagonista al tempo stesso, movimento attivo e spinta nello scompiglio della vita di Matthew, Rory, Henry, Clay e Thommy, nell’intreccio di braccia, teste e gambe delle loro zuffe.

Non c’è davvero altro modo di spiegarlo, forse sono io che pecco come scrittrice e che non so in che modo girare le parole per dirvi di più. Ormai avrete capito che le mie recensioni non sono mai tali, sono piuttosto dei resoconti di ciò che ho vissuto a contatto con le storie e il potere che hanno avuto quelle parole su di me. E’ un legame intimo quello che si va a instaurare tra i libri e gli esseri umani, soprattutto tra quelli che sono in grado di comprendersi perché simili, perché condividono una sensibilità che possono capire solo loro.

Questi siamo io e Markus Zusak. Io, uno dei fratelli Dunbar.

 

 

 

 

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Quei pezzi che non combaciano

Mi piacerebbe sapere che cosa si prova ad avere una visione cristallina del proprio futuro, a riuscire a guardare fuori dal finestrino di un treno in movimento e osservare la campagna tutta intorno senza perdersi in chissà che elucubrazioni, ma trovare all’istante – così, in uno schiocco di dita – un punto fermo su cui focalizzare la propria attenzione, uno sguardo quadrato che centra un bersaglio sicuro e che srotola ordinatamente davanti una serie di obiettivi, delle efficaci strategie per raggiungerli e tempistiche più o meno accurate. Io quando torno da Ferrara dopo una lunga giornata passata sui banchi, nel disordinato brusio di un vagone soffocante di persone, mi lascio cadere pesantemente sul primo posto libero, appoggio la testa sul palmo aperto della mano e mi perdo nel rumore sfocato del treno che si muove sui binari. E finisce lì. Nessun progetto, nessuna rivelazione, nessuna direzione.

 

In tasca però sento qualcosa che si scalda, qualcosa che ticchetta e che vibra impaziente e quando ci infilo le dita per capire cosa sia mi ritrovo in mano dei frammenti curvi, quasi come pezzi di vetro, opachi e grezzi. Li tengo in mano e li osservo, provo ad avvicinarli l’uno all’altro per capire se possono combaciare, ma non riesco a trovare la combinazione giusta. Allora li sollevo uno per volta, li osservo attentamente, con calma, ed ecco che qualcosa comincia a prendere forma.

 

Vedo: un pennello umido che strofina piano il pigmento arancione di una demi godet. Gli anni passati china sui libri con il peso di culture che non mi appartengono per nascita sulle spalle e quelli che invece mi sono goduta con il naso all’insù alla scoperta di qualche meraviglia d’Europa. Un libro che si apre e che resta aperto. La lucina rossa intermittente di una videocamera. Le lettere maiuscole che aprono i nomi delle persone più importanti della mia vita, grandi e in grassetto. E alcune altre cose che conosco, che vivo, che alimento a cadenza quotidiana che, e vi chiedo perdono per questo, terrò accese solo dentro di me e che non scriverò qui. Perché sono mie o perché le condivido con qualcuno che amo e il pensiero di dirle ad alta voce, come tante cose belle e forse più di quelle brutte, un po’ fa paura. E si sa, pronunciare qualcosa da sostanza, il vapore diventa solido, le parole prendono forma, si divincolano dalle corde che le stringono, sciolgono i nodi e si liberano nell’aria, come bestie selvagge.

 

Queste parole sono mie, e non sono pronta a lasciarle andare. Questi frammenti curvi sono altrettanto miei, qui nelle mie mani. Ve li mostro, osservateli bene, magari saprete darmi un’immagine che io non sono ancora stata in grado di cogliere. Presi singolarmente, uno per uno, li comprendo – ma se poi non so metterli insieme? Ho tante cianfrusaglie rinchiuse nei miei cassetti, tanti ricordi che tengo stretti, esperienze che mi hanno resa la donna che sono, pezzi di carta su cui ho scribacchiato pensieri sfusi con una penna dall’inchiostro nero, emozioni che ho provato e che custodisco come tesori preziosi, attimi più o meno importanti fermi immobili in un’istantanea. Ho parole, immagini, lettere e canzoni che parlano di me, con me e attraverso di me. Ho frammenti di vissuto che mi spingono in cento direzioni diverse, altri che mi fanno indugiare anche solo sul primo passo da prendere e altri ancora che invece cercano di trascinarmi indietro. Ho errori nei quali non voglio ricadere, ma che sembrano sempre pronti a nascondermi una trappola sotto uno strato di foglie sperando che non la veda e che io, a volte con più prontezza, a volte con grande ingenuità, cerco il più possibile di evitare.

 

Tutto questo, un po’ per volta, acquista senso. Tutto questo, nel silenzio di un solitario pomeriggio d’autunno sembra immenso. Tutto questo, al di là di qualsiasi paura che io possa avere, più tardi che mai, lo so, mi rivelerà dove andare, quale sarà la destinazione che mi permetterà di raccogliere questi pezzi, di metterli insieme e ricavarne fuori qualcosa di bello, qualcosa di buono, qualcosa che farà del bene. Probabilmente non sarà ciò che mi aspetto, probabilmente non riuscirò a incastrarli tutti, probabilmente qualcuno sarò costretta, a malincuore, a lasciarlo andare, ma ad aspettarmi ci sarà qualcosa che avrò costruito io, qualcosa di davvero mio. Alla fine, una persona saggia mi ha spesso ripetuto, è importante il viaggio e non la destinazione. Alla fine, se apri il tuo cuore all’ascolto saprai qual è la tua strada. Non serve che tu sappia tutto adesso, alla fine quel che conta è che tu sia felice.

 

Ora riguardo quei piccoli pezzi di vetro, li osservo col sorriso. A volte, se lo faccio davvero attentamente, riesco a vedere qualcosa che prima non ero stata in grado di cogliere. Dura un attimo, ma è lì, l’ho visto e prima o poi so che lo vedrò di nuovo. Non ho smesso di cercare l’incastro giusto, provo a evitare di spingere con forza i pezzi gli uni contro gli altri, di farli combaciare con violenza. Spesso, invece, li lascio liberi di esistere da soli. Un

equilibrio delicatissimo questo, perché in movimento e come tale deve essere aggiustato di frequente, con pazienza. Bisogna rimboccarsi le maniche e rimettersi in sesto, trovare un baricentro che funzioni e che ci tenga dritti, che ci lasci respirare senza sentirci troppo affannati. Bisogna farlo quotidianamente, giorno dopo giorno, senza abbattersi ad ogni caduta, ma gioendo delle volte in cui ci si riesce invece a rialzare e della spinta che ci diamo nel farlo. Bisogna permettersi di avere paura, di essere sconfortati e affranti, ma anche di farsi aiutare dalle persone che ci vogliono bene, quelle che ci conoscono e che sanno che balsamo darci per mitigare il pizzicore delle nostre debolezze. Bisogna mettere un piede davanti all’altro e continuare a camminare.

 

 

 

 

 

 

 

Le cronache di un cuore sui binari

Sono su un treno diretto a Ferrara, lo stesso che ho preso per anni e che continuo a prendere tutti i giorni. Ogni mattina mi guardo intorno e non è la prima volta che mi domando quand’è che, quando lo facciamo, vediamo davvero qualcosa. Più precisamente: quante volte abbiamo guardato una persona e l’abbiamo vista per davvero? E poi ancora: se nessuno ti vede, esisti veramente? 

Guardare qualcuno è diverso da guardare qualcuno. Quand’è che ci soffermiamo a osservare per davvero una persona, cercando di decifrare chi sia, cosa faccia, dove è diretta? Se qualcuno cattura il mio sguardo, a volte mi pongo delle domande. Sei felice?, è una di queste. Qual è una cosa stramba di te che non hai mai detto a nessuno? Hai abbastanza soldi per permetterti un pasto caldo? E dei sogni? Dei sogni ce li hai? 

Mi accorgo che le persone attorno a me, anche loro in attesa su questo binario, hanno le spalle ricurve e la testa spinta verso il basso. Alcuni guardano lo schermo del telefono, altri si guardano i piedi. Hanno lo sguardo perso, sia chi scorre il dito tra un post e l’altro, sia chi si scruta la punta delle scarpe. E allora mi chiedo: chi ha più paura? Chi ha più pensieri? Quello che li nasconde, si nasconde, in un momento di libertà digitale, perso tra un social e l’altro, o chi li accoglie e li focalizza tutti verso l’ombra delle sue sneakers? Forse nessuno dei due, forse mi sbaglio, forse mi faccio troppe domande e quella che pensa più dei tre sono io. Perchè quando osservo loro, penso, nell’immagine ci sono anche io: sono qui su questo binario come tutti gli altri, forse persino oggetto degli sguardi altrui come loro lo sono dei miei, e forse non me ne accorgo come non se ne accorgono loro.

Quand’è che abbiamo smesso di guardarci intorno per davvero? A volte quando cammino per le stesse strade che ho percorso mille volte – con gli stessi negozi, gli stessi bar e gli stessi alberi sui viali – mi rendo conto che mi sbaglio, che non sono le stesse cose che ho sempre visto, ma sono invece diverse ogni giorno, anche se non lo sembrano. È diversa la luce, la temperatura, il momento della giornata. Sono diverse le persone sedute ai tavoli, quelle che comprano il pane, quelle che fanno girare i pedali di una bicicletta. Sono diversi i colori, l’odore del vento, i rumori. Sono diversa io, più di tutto: il mio umore, i miei pensieri, le mie esperienze, la mia salute. E quindi, mi dico, non vediamo mai la stessa cosa due volte, un po’ come non è possibile leggere due volte lo stesso libro. Perció vale la pena di guardarsi intorno, e cercare di vedere per davvero. Di soffermarsi, di indagare, di interiorizzare, di rielaborare, di riflettere. 

E perchè con le persone dovrebbe essere diverso? Perchè non chiedersi se sono felici, che cosa ne è della loro vita, dove stanno andando, se hanno un lavoro, quando è stata l’ultima volta che hanno ricevuto una carezza o un gesto gentile? Perchè non lasciarsi sfiorare dall’individualità dell’altro? Dal suo sguardo, dal libro che sta leggendo, dalla sua postura, dalle sue mani. Perchè non lasciarsi sfiorare e basta, semplicemente. Quand’è che abbiamo smesso di cercare i dettagli e ci siamo ritrovati a confonderli con tutto il resto? Quand’è che abbiamo smesso di farci domande? Quand’è stata l’ultima volta che non abbiamo incominciato una frase con “io”? Dov’è finita l’empatia? E la ricerca della bellezza? Quella vera, quella che si nasconde nel cuore delle persone, quella che si vede nei gesti semplici. Come quando una ragazza si scosta una ciocca di capelli dietro l’orecchio, o quando le dita nodose di un anziano si aggrappano a un bastone per sostenersi, o quando gli occhi di un ragazzino si illuminano alla vista di un cono gelato che sgocciola. Quando una madre raccoglie da terra il suo bambino e gli lascia un bacio sul ginocchio sbucciato, quando una coppia trova l’uno la mano dell’altra e la stringe forte, quando in chiesa suonano le campane per invitare i fedeli ad assistere alla funzione domenicale. E poi ancora il silenzio al cinema mentre si guarda un film, interrotto solamente dal rumore dei pop corn burrosi sgranocchiati. E le orecchie che si tappano quando decolla un aereo. E le foglie degli alberi che frusciano nel vento. L’odore del pane fresco, lo sguardo dolce della persona che si ama, la vista di San Luca che fa pensare a ogni singolo bolognese “ecco, sono finalmente a casa”. Quando diciamo “grazie”, “scusa”, “ti voglio bene”. Quando ascoltiamo, ci apriamo, ci mettiamo in gioco. Quando facciamo qualcosa per il gusto di farlo, quando decidiamo di donare nell’unico modo possibile, ovvero gratuitamente e senza chiedere nulla in cambio. Quando ci priviamo di qualcosa perchè ne ha più bisogno qualcun altro. Quando rompiamo il silenzio e quando invece non lo temiamo. Quando mostriamo rispetto al più grande e al più piccolo, perchè lo riconosciamo come nostro simile. Quando amiamo senza riserve. Quando amiamo e basta.

Quand’è che abbiamo perso di vista le cose che contano per davvero?

Le braci di Sàndor Màrai // recensione

Non credi anche tu che il significato della vita sia semplicemente la passione che un giorno invade il nostro cuore, la nostra anima e il nostro corpo e che,  qualunque cosa accada, continua a bruciare in eterno, fino alla morte? E non credi che non saremo vissuti invato, poiché abbiamo provato questa passione? E a questo punto mi chiedo: la passione è veramente così profonda, così malvagia, così grandiosa, così inumana? Non può essere che non si rivolga affatto a una persona precisa, ma soltanto al desiderio in sé? Questa è la domanda. Oppure, nonostante tutto, si rivolge a una persona che può essere indifferentemente buona o cattiva, senza che l’intensità del nostro sentimento dipenda in alcun modo dalle sue azioni e dalle sue qualità?

In un castello ai piedi dei Carpazi un vecchio Generale si prepara a ricevere un ospite importante, un uomo che è stato uno dei suoi amici più cari, se non il più caro. Sono passati quarant’anni dall’ultima volta che si sono visti, chi in Estremo Oriente e chi senza mai muoversi dalla sua proprietà,  ma è giunto ormai il momento di rincontrarsi e di combattere finalmente una battaglia senz’armi alla riscoperta di un segreto che hanno taciuto per troppo tempo.

La loro è una resa dei conti fatta di accuse ed evasioni, un sanguinoso conflitto di ricordi e di parole che si rivela nell’evocazione di un passato straziante che riesce però comunque a lanciare uno sguardo malinconico al presente, a un tempo che ormai ha solo gli ultimi spiccioli da offrire.

In una proposta di dialogo che però si trasforma poi in un monologo, Henrik e Konrad si confrontano e danno vita a un intricato racconto fatto di passioni, rimorsi, domande, legami e questioni in sospeso. Compagni di una vita e da una vita, anche nel distacco più totale, i due amici ritrovano la connessione di un tempo: sebbene le loro vite siano sempre state estremamente differenti dalle radici fino ai più piccoli particolari, c’è un filo che li lega, indistruttibile, che negli anni è stato tirato, si è aggrovigliato e consumato, ma non ha mai ceduto alle pressioni. Ed’ è proprio questo che li ha riportati al punto di partenza, spinti quasi un’urgenza mistica, per chiarire e chiarirsi in un malinconico simposio.

Ci si immagina che l’amicizia costituisca un servizio. L’amico, così come l’innamorato, non si aspetta di vedere ricompensati i suoi sentimenti. Non esige contropartite per i suoi servizi, non considera la persona eletta come una creatura fantastica, conosce i suoi difetti e l’accetta così com’è, con tutto ciò che ne consegue. Questo sarebbe l’ideale. E in effetti: vale forse la pena di vivere, di essere uomini, senza un ideale come questo?

Il romanzo si apre e procede con un forte senso di smarrimento mentre sediamo anche noi, spettatori invisibili e silenziosi, alla tavola del Generale. Con l’intenso gusto delle vivande e dei vini che accarezza i nostri palati e gli occhi che si abituano alla luce fioca delle candele azzurre, ascoltiamo la voce di Henrik che racconta di una storia lontana, a tratti avvilente e a tratti patetica, che il lettore percepisce con un certo distacco, ma senza riuscire ad alzarsi da tavola, a chiudere il libro senza aver letto il finale.

Nonostante il suo sia un canto monodico, il Generale non evoca solamente il suo passato e la sua persona, il suo infatti non è un racconto a una corda sola, ma richiama anche l’amico Konrad che risuona forte e chiaro tra una nota e l’altra. Il lettore è quindi chiamato a leggere tra le righe e a scoprire, riscoprendosi anche, il vivido intreccio delle loro esistenze.

Questa dilatazione temporale, questo incontro che diventa scontro, indaga sull’amicizia, sulla solitudine, sulla rivincita, sull’ostinazione, sull’orgolio, sulla dignità, sulla presunzione, sulla perdita, sulla disillusione. E’ una lunga sinfonia di disincanti e memorie che prima procede veloce, poi rallenta, incalza il ritmo, poi lo diminuisce improvvisamente. Dialogo e silenzio, parole e pause.

Ci sono domande che conoscono già fin troppo bene le risposta, altre che non la trovano neanche là dove è nascosta. Ci sono amori e tradimenti che non conoscono e che non conosceranno mai i come e i perché. Ci sono ossessioni che non si spengono e braci che continuano a bruciare anche quando ormai sono diventate cenere. E c’è la sofferenza di chi racconta che rimane imprigionata in un ricordo che non da spiegazioni, in una solitudine che continua ad ardere.

Un racconto miseramente trionfale di un’introspezione fallimentare, di un’indagine folle che disvela in maniera davvero brillante le più grandi passioni umane che, nel bene e nel male, maturano e proliferano anche quando il corpo e la mente sono ormai sul punto di marcire. Un incontro non banale, uno scontro a uno, un dialogo e un non-ascolto che, creando un mondo di contrasti e incastri,  porta alla luce un’interessante e attuale analisi del sé. Appassionante e unico.

Come se nascondesse qualcosa, nelle ossa, nel sangue, nella carne, il mistero del tempo e della vita, qualcosa che non si può comunicare agli altri e non si può tradurre in una lingua diversa: un segreto che le parole non sono in grado di sostenere.

 

 

Emotività, tienimi stretta

Nel corso della mia vita da lettrice (e dei lunghi, procrastinanti, pomeriggi passati su Tumblr – perché insomma, vanno considerati anche quelli) sono incappata in tante citazioni, ma mai nessuna mi ha parlato in maniera così forte come quella che leggete nella foto qui accanto. “E’ una benedizione, ma anche una maledizione sentire tutto così profondamente”, sì, direi che mi descrive perfettamente.

Avete presente quando guardate un film (o ultimamente nel mio caso, una puntata di This Is Us) e vi ritrovate a piangere da un momento all’altro (o meglio, almeno uno su due) perché vi sentite dentro la storia? O quando un vostro amico vi porta un dolce, un regalo inaspettato, vi offre il caffè o ha per voi una parola gentile e in quel momento vi sentite commossi da quel piccolo gesto perché è stato dedicato a voi, perché hanno pensato a voi? O quando qualcuno condivide il proprio dolore e non si riesce, ma mai nella vita, a restare indifferenti perché quello che è mio è  tuo e quel che è tuo è mio, anche se non ti conosco? Vi lasciate coinvolgere, vi lasciate prendere, vi lasciate e basta. Il vostro – e nostro – è un abbandonarsi alla vita, altrui e non, e fare di ogni esperienza qualcosa di più grande, qualcosa che non solo tocca, ma lascia anche il segno.

Questa ragazzi miei è l’emotività, questo è lasciarsi sfiorare. E’ una capacità meravigliosa, un dono unico. Però, e ammettiamolo tutti in coro, è anche una grandissima gatta da pelare. Chi appartiene a questa categoria, chi è come me, capirà. Oh se capirà! Perché come ogni cosa bella, non c’è solo il lato della medaglia di cui si va fieri perché è d’oro, risplende, ma c’è anche quello incrostato di sporco che vogliamo nascondere alla vi(s)ta. L’emotività, purtroppo, è anche questo. E’ prestare troppa attenzione e quindi riconoscere subito quando gli altri non ne prestano a sufficienza, quando lo sforzo non lo fanno neanche. E’ sentire tutto troppo forte, nel bello, ma anche e soprattutto nel brutto. E’ essere colpiti da vere e proprie raffiche di sentimento che non si risparmiano, non chiedono il permesso e arrivano sempre senza preavviso, pungenti e amare, per poi rimanere lì a sobbollire con calma, a marcire testarde. E’ diventare un contenitore capiente, ma fragile, che raccoglie in sé tanto fino a scoppiare, e quando il contenuto trabocca è un bel problema.

E io lo ammetto con assoluta franchezza: a me personalmente un po’ pesa. Certo, è vero, mi ha regalato tanti momenti meravigliosi, infiniti davvero, ma purtroppo anche tantissime sofferenze. In quei momenti vorrei non averla al mio fianco, vorrei vederla scomparire, evaporare. Vorrei non soffrire sempre così tanto quando le cose vanno storte, quando sbordano un po’ dai miei schemi. Vorrei non rimanerci così male quando una persona che amo mi delude, anche se talvolta si tratta solo di una sciocchezza, minuscola. Vorrei essere libera da questi sentimenti che ogni tanto stringono un po’ troppo, fanno piangere un po’ troppo. E più di tutto forse, vorrei non dare sempre così tanta importanza a tutto, anche alle cose più piccole, che forse sono addirittura quelle che fanno più male, perché sembrano così grandi quando le vivi, enormi, inaffrontabili.

L’emotività ingigantisce un po’ tutto insomma e, peggio, non ti permette di vedere.“Tieni”, ti dice, “indossa questo bel paio di occhiali.” Il suo è un invito innocente e tu non puoi fare a meno di assecondarla, ed ecco che attraverso quelle lenti tutto diventa più grande. “Questa è proprio una tragedia”, pensi, “come farò a venirne fuori?” Ma alla fine poi ti salvi lo stesso, perché a mente lucida le cose non sono mai così gravi come sembrano. Però lo sono sembrate e, anche se solo per un momento, lungo o corto che sia, hanno fatto male.

In tutto questo male però, come già vi dicevo, c’è anche del bene. E’ una relazione bilaterale la loro, non c’è uno senza l’altro. E quindi ora se ci penso non mi vengono in mente solo tutti i pianti (e vi assicuro che ce ne sono stati tanti e che ce ne saranno altrettanti nel corso di una vita. Da record mondiale, insomma), ma anche tutte le cose belle. E volete sapere una cosa? Per ora stanno vincendo loro. E di quel po’, anche.

Penso alla naturalezza con cui mi lascio affascinare dal mondo, anche dal più piccolo dei suoi dettagli, al modo in cui mi fermo a osservare la natura, le persone, le parole, gioendo di ogni loro sfumatura. Penso alla bellezza che vedo in tutto, allo stupore che provo anche per la cosa più banale e a come la trasformo in qualcosa di unico e prezioso. Penso alle emozioni che vibrano dentro di me e che mi sussurrano cosa dipingere, che melodia canticchiare o in che modo muovere il mio corpo quando inizio a ballare. Penso all’infinito amore che c’è dentro di me, sempre, anche quando sto male, anche quando sono scoraggiata, ferita, delusa perché dietro all’angolo so che c’è sempre, sempre, sempre qualcosa di bello, anche se invisibile in quel momento.

Mi ricordo di tutte quelle volte che mi sono ritrovata a confortare un’amica e che ho trovato subito le parole giuste, perché erano già lì, dentro di me. Il mio cuore già sapeva ciò che aveva bisogno di sentirsi dire, perché anche io sentivo lo stesso, anche io ero con lei in quel sentimento che non poteva più essere solo suo, ma che per un istante è diventato anche mio. Mi ricordo di come io riesca a mettere sempre tutti a loro agio fin dal primo momento in cui mi conoscono perché mi apro subito, perché so quanto possa essere difficile parlare con qualcuno di nuovo, qualcuno che non sai se ti voglia ascoltare o no, e quindi io lo faccio sempre, con interesse sincero, perché ci tengo davvero. Mi ricordo anche degli sguardi sorpresi dei miei amici quando gli presto l’attenzione di cui hanno bisogno, che sia con un piccolo regalo o anche solo con un gesto affettuoso, perché amico mio io ti ascolto, ti vedo, ti leggo, so di cosa hai bisogno e te lo voglio dare perché ho dentro di me un amore talmente grande che non posso fare altro che spartirlo. Mi ricordo di ogni mio gesto gentile, di ogni sacrificio, di tutte le volte che ho rinunciato a qualcosa per me per darla a un altro perché so cosa si prova. So cosa si prova a non essere ascoltati, capiti, aiutati. Lo so perché l’ho vissuto anche io e quindi ora lo rivedo negli altri, in te e in voi. E poco importa se sei una persona che conosco appena, un familiare o l’amore della mia vita, io ti voglio aiutare.

Ed è in questo che la sensibilità che mi ritrovo diventa quasi come un superpotere. Non è solo poter fare qualcosa di bello, ma anche riuscire a trasformare il brutto, il marcio, in qualcosa di positivo, in qualcosa che può diventare dono per sé stessi e per gli altri

Io sono quel tipo di persona che gioisce più del bene fatto agli altri che per quello che faccio a me stessa. Perciò cara emotività io ti tengo stretta, perché se al prezzo di qualche lacrima (okay, tante, okay, troppe. Ma va bene così) posso fare del bene, se posso trasformarle in bene, allora ne vale la pena. 

Se si sfiora il punto più basso, vuol dire che dall’altra parte ad attenderci c’è anche il picco più alto e prima o poi si arriverà anche a quello. E sarà bellissimo. 

Il dono della solitudine

Sei da sola?

Questa è la domanda che ti fanno, solitamente accompagnata da uno sguardo dispiaciuto, quasi imbarazzato, quando vai da qualche parte da sola. Ci sono alcuni luoghi infatti – ristorante, cinema. Giusto un esempio o due – dove non è socialmente comune presentarsi en solitaire. Un pasto infatti si condivide, un film si guarda insieme.

Ecco, a questo proposito vi propongo la foto qui accanto, il reperto A così come mi piace chiamarlo, che ho scattato qualche ora fa mentre pranzavo in uno dei miei ristoranti cinesi preferiti, rigorosamente da sola. Eravamo io, penna e quaderno dove ho iniziato a scrivere questo articolo e un piatto di alghe wakame. 

Avevo voglia di sushi (e mi capita fin troppo spesso, ma questa è un’altra storia), quindi ho preso la mia macchinetta da caffè (è così che chiamo la mia macchina, è bizzaro lo so, procediamo oltre) e sono andata. Non senza ripensamenti, lo ammetto, non senza la tentazione di fare inversione e tornare dritta a casa, ammetto anche questo, perché chi me lo fa fare di andare a mangiare da sola un freddo venerdì di Novembre? Ma le ciotoline di tartare al salmone, il temaki, l’uramaki spicy salmon, la tempura croccante di gamberi… Insomma, ha vinto lo stomaco. 

Però mentre mi riempivo le guance di riso e pesce crudo (in un chiaro istinto di sopravvivenza per resistere all’imminente arrivo dell’inverno, Ned Stark, who?) mi è sorta spontanea una domanda: come mai tutta questa insicurezza? E perché l’idea di un pasto solitario mi ha spinto più volte a tirare il freno a mano?

Avete mai pensato a quanto spesso rinunciamo a tante occasioni, voglie e desideri perché non abbiamo nessuno al nostro fianco, nessuno da portare con  noi? Sentiamo il bisogno di essere accompagnati, e quando non lo siamo è quasi come se mancasse un tassello fondamentale. Se non c’è nessuno dall’altra parte del tavolo su cui alzare lo sguardo per commentare la bontà del piatto o se nella sala buia mentre ci voltiamo per sussurrare cose come “questo è storicamente inaccurato” o “Chris Hemsworth lo preferivo coi capelli lunghi” risponde solo una poltrona vuota, allora questo in che modo trasforma la nostra esperienza? E’ chiaro che condividerla la rende ancora più bella, inutile negarlo, però spesso ci dimentichiamo che nell’equazione ci siamo anche noi.

Infatti se togliamo uno, 1+1 non fa più due, ma quel due perde la spinta del primo uno, forza motrice, e quindi il risultato qual è? E’ un’opportunità mancata, una possibilità che si sgretola, si spegne, si perde perché meglio di no dai, sai poi che noia fare le cose da solo, solo io? Io e nessun altro? Io, la mia testa e i miei pensieri?

Da una parte comprendo questi dubbi, li comprendo fin troppo bene, dall’altra però mi ricordo di tutte quelle volte che li ho messi da parte e mi sono regalata una prospettiva diversa, una prospettiva dove potevo fare tutto, dovevo soltanto sceglierlo. Quando sono andata al cinema a vedere Arrival o Sette minuti dopo la mezzanotte con non uno, ma ben due enormi sacchetti di popcorn, quelle innumerevoli volte in cui ho preso un autobus e sono diventata turista per caso di quella stessa città che pensavo di conoscere come le mie tasche, quando sono saltata su un aereo per Parigi con un valigia piena di vestiti e un’altra piena di paure, ma anche di speranze c’ero solo io. Un’incogninta, un punto interrogativo, un’equazione che si inizia a risolvere senza aver ancora capito se sia una somma o una differenza. Il risultato però, vi dirò, è sorprendente.

Quante cose infatti si imparano facendole da soli. Un po’ perché non c’è nessuno ad aiutarci, un po’ perché si è costretti, un po’ perché si vuole vincere quella sfida che ci si è imposti e un po’ anche perché è naturale. Alla fine dei conti, l’unica persona con cui siamo sicuri di passare il resto della nostra vita siamo proprio noi, l’unica compagnia che sarà per sempre – per forza – è la nostra. Ed è una relazione indubbiamente complicata, piena di scontri, intrecci, vicoli (e vincoli) senza uscita, testate sul muro, accanimenti e delusioni, però è anche piena di sorprese, come momenti di riflessione come questo che, per quanto possano sembrare difficili, nel lungo termine fanno dei frutti bellissimi.

Quindi in questo pezzo di sushi che sto per addentare rivedo anche la gioia di uscire dal cinema con le dita ancora unte del burro dei popcorn dopo aver visto un film meraviglioso, rivedo tutti i cieli che ho osservato con due occhi grandi così e il naso rivolto all’insù, le ore perse ad ammirare gli affreschi di tutte quelle chiese che ho scoperto per caso e il sapore intenso del caffé che mi sono gustata in quei pomeriggi che ticchettavano di pioggia. E rivedo anche ogni singolo passo che ho fatto a Parigi, che è stata forse la mia paura, ma anche il mio traguardo più grande. E in tutto questo l’unica variabile che è rimasta sempre la stessa ero io, sola

Ora, l’ho già detto e lo ripeto col cuore: insieme è meglio. Però vi dico anche questo, e con altrettanto cuore: da sola è comunque abbastanza, a volte anche troppo.

Non stancarti di andare di Teresa Radice e Stefano Turconi // recensione

Non abbiate paura delle vostre paure: averne è normale. Cercate solo di non permettere che quelle cambino ciò che siete davvero. E lasciatevi aiutare, se ne avete bisogno: chiedere aiuto è permettere a qualcuno di rendersi utile, di fare una cosa buona. E chiedere scusa è un modo per dire: ci tengo a te, restiamo in cordata! Trovate il coraggio, se serve: non è da deboli, è da gente perbene. E’ una cosa da belle persone. […]

Siate luce. Non stancatevi di andare. E farete di terra arida un giardino.

In questo momento vi scrivo col cuore in mano e il viso umido, perchè ho appena terminato la lettura della nuova graphic novel – nuova perla, riscoperta e cammino – di Teresa Radice e Stefano Turconi, Non stancarti di andare. Li ho scoperti grazie al Porto Proibito, mi sono innamorata di loro già dalla prima pagina e da allora non ho più smesso di sfogliarli. Dopo il Porto, la storia di Abel, ho trovato Viola, cittadina del mondo, e adesso sono approdata qui, su una storia che non è solo di Iris e Ismael, ma anche di te e di me, del mondo intero. 

Non stancarti di andare infatti parla di tutti noi, è un ritaglio di giornale, una finestra aperta sul nostro quotidiano, sull’urgenza di condividere una situazione che non solo ci circonda, ma ci appartiene, perché il mondo è di tutti e il suo peso va portato insieme

E infatti questa è una storia di comunione, condivisione, incontri, scoperte e riscoperte, attese, inizi, arrivi. Ma soprattutto di vita e amore. Perché, come dice giustamente Teresa in una delle sue meravigliose lettere di cui il volume è cosparso, “credo che siamo qui per vivere l’interezza del possibile e che l’ieri non c’è più, se non come briciola di lievito per il pane di oggi e la pienezza di domani. E da tutto questo una cosa ho capito, sai? Una soltanto: la vita e l’amore sono le più forti di tutte le forze del mondo.

Una cosa che mi ha sempre colpito molto della poetica dei due autori è che il loro operato non rimane incollato alla carta, non si limita a raccontare una storia che si conclude una volta girata l’ultima pagina, ma si aggrappa al lettore con forza, si sbraccia per farsi notare, per dire, ricordare, risvegliare e non solo per raccontare. La loro è una narrazione pungente, ricca e indimenticabile che rende partecipi, trasforma in pietre vive, portatrici di un messaggio che va interiorizzato, vissuto e condiviso. Sono storie che parlano a voce alta, che colpiscono, sconvolgono perché parlano di noi: noi, che siamo fragili, ma che nella nostra umanità troviamo anche quella forza invincibile. Noi, creature piene di amore e possibilità. Noi, diversi ma in comunione con gli altri e col mondo.

E tutto questo si sente in maniera ancora più forte in Non stancarti di andare, che è un sorprendente insieme di contrasti e di incastri, perché è un grido di allarme, ma anche un grido alla vita. E’ una vivida rappresentazione di ciò che siamo, o meglio, di chi ci siamo scordati di essere. E’ un inno a tutto quello che possiamo e dobbiamo ritrovare, alla pienezza, alla gentilezza, all’umanità.

E’ una storia che mi è sembrato di vivere in prima persona, perché se c’è una cosa bella di Teresa e Stefano è che rappresentano un po’ tutti: nelle loro storie includono tante personalità fatte di rimpianti, attese, bellezza, sfortune, doni. Vite ruvide al tatto che si intrecciano, si scontrano, si ritrovano e si riscoprono, vite che parlano di te e di me, che sono echi di qualcosa che conosciamo e viviamo ogni giorno.

E quindi la storia di Iris e Ismail – che non appartiene solo a loro, ma è anche di Clementina, di Maite, di Padre Saul, di zia Tiz, di Malik, mia, tua, nostra – mi ha commosso come solo i racconti migliori sanno fare, ovvero con quella delicatezza che sì, colpisce forte al cuore, ma che poi rimane dentro come lucciola, a illuminare una strada nuova che si sente di dover percorrere perché si è diversi in qualche modo, mutati. Le storie migliori infatti fanno proprio così: ti risvegliano, ti cambiano, ti riempono di punti interrogativi, ti spronano, ti ispirano, ti prendono per mano e ti guidano su percorsi tutti nuovi. E questo è il dono più bello di tutti.

E tu prometti che non ci lasceremo abbattere dalle difficoltà, ma faremo fronte comune… e saremo uno la forza dell’altro? Prometti che le cose che ci uniscono saranno sempre più di quelle che ci dividono… e che ci batteremo fino alla fine per camminare fianco a fianco, amarci e amare insieme altre cose?