Una lettera per te e me

E’ da un bel po’ che non scrivo qui. In realtà, è da un bel po’ che non scrivo e basta. Ho sempre associato la scrittura, le parole, a un’efficace occasione di catarsi, ma non ne faccio spesso uso. La tengo per quei momenti di bisogno fisiologico che, vuoi per dolore, insicurezza, ansia, profonda gioia o slancio creativo, sopraggiunge in modo tale da non lasciarmi scampo: devo scrivere. Dunque eccomi qui su questi lidi digitali dopo due mesi di quarantena, una ritrovata libertà, novità inaspettate e due rinfrescanti e salate settimane in Sicilia per fare una di quelle cose che, ho scoperto, mi rendono libera. Non vi racconterò di come sto (anche perché ancora non l’ho ben capito, e va poi bene così), del risveglio personale e spirituale avvenuto in questi mesi, delle difficoltà affrontate con sofferenza e meraviglia e delle occasioni  (non) colte, ma vorrei invece condividere con voi alcune cose che ritengo importanti e che vorrei sapeste. In questi mesi sono stata parecchio assente dai miei schermi e nonostante mi manchi l’ispirazione che ritengo necessaria per tornare a tutti gli effetti, mi manca di più interagire con voi e raccontare, raccontarmi. Ho sempre pensato che le parole fossero strumenti potenti, un ponte che ci lega, e mi piace l’idea di poterle trasformare nelle mie messaggere personali, affidare loro un pensiero che da mio diventa vostro

Ecco dunque il mio messaggio per te

  • E’ normale non sentirsi realizzati o indietro sulla propria tabella di marcia, ma quanto di questo stato emotivo è dettato dal paragone che spesso facciamo con chi ci circonda? La vita scorre seguendo tempi unicamente nostri e l’età non detta le tappe da raggiungere. Procedi al tuo ritmo.
  • Non permettere alla tua sofferenza di renderti cieco al dolore altrui. Le persone, perfino i nostri amici più stretti che pensiamo di conoscere meglio di chiunque altro, si comportano spesso in maniera apparentemente incomprensibile: non ascoltano, ostentano un egoismo che non riconosciamo proprio del loro carattere, ignorano i nostri bisogni, si fanno silenziosi, distanti. Osservali senza esprimere giudizi, riconosci la loro debolezza e tendigli una mano anche se il loro comportamento ti ha ferito. Stringili forte, accompagnali, perdonali.
  • Goditi l’incredibile bellezza delle piccole cose. Balla sotto le stelle in una piazza di ciottoli e trascina un amico a volteggiare con te, osserva con meraviglia il mondo che si nasconde sotto la superficie di un’acqua cristallina, concediti quel dolce che tanto desideri assaggiare, canta a sguarciagola anche se non conosci le parole di quella canzone, infila un braccio fuori dal finestrino e muovi le dita nel vento, fotografa ogni paesaggio che ti colpisce, solleva più spesso lo sguardo verso l’alto per osservare le cose da una prospettiva diversa, ridi anche di quelle cose che di solito ti imbarazzano. La vita è troppo breve per aver paura di essere completamente te stesso.
  • Non cadere nella trappola delle tue aspettative, ma goditi invece la vita per quello che è in tutto il suo inaspettato e confusionario splendore.
  • Scrivi di tutte quelle cose per cui sei grato, imprimile nero su bianco per poterle rileggere quando più hai bisogno, per ricordarti che sei amato, visto e compreso. 
  • Allena il tuo sguardo a riconoscere la gentilezza, la speranza, la tolleranza, la condivisione, l’altruismo, il sacrificio, la bellezza, il bene. Non perdere di vista i piccoli e grandi gesti: lo splendore intimo e familiare di un amico che rinuncia a qualcosa per darla proprio a te, un’attenzione speciale, un momento di sorprendente pazienza, la forza di mostrarsi vulnerabili anche e soprattutto quando è più difficile, riconoscere quando si ha commesso un errore, un amore che va oltre. 
  • Quando non capisci, chiedi. Non avere timore di fare la figura dell’ignorante, non c’è niente di male a non sapere. Sii invece curioso, educati, indaga, analizza, osserva. Espandi i tuoi orizzonti anche là dove pensavi di non ti saresti mai spinto, lasciati influenzare dagli altri nella misura che ti permette di crescere e migliorarti.
  • Amare non è semplice facile, ma è importante farlo soprattutto quando è più difficile.
  • La paura non è tua nemica, bensì una fidata messaggera. Ascoltala.
  • Metterti in gioco ti farà sempre paura, soprattutto se come me soffri d’ansia e le cose che non hai mai fatto prima ti mettono agitazione. Pensi di non esserne all’altezza o di non esserne capace? Credimi, non c’è niente di più falso. Temi di fallire? E se anche fosse? Ne vale la pena? Sempre. La paura è un ostacolo solo se sei tu a renderla tale, parti lo stesso e vedi fino a dove riesci ad arrivare. Sono sicura che sarai in grado di sorprenderti.
  • Potrebbe arrivare il giorno in cui quelle cose che sono per te sempre state motivo di conforto non lo siano più, anche soltanto per un breve periodo. Non temere, questa potrebbe essere l’occasione per reinventarti e per provare qualcosa di nuovo.
  • Non sai che strada prendere e sai che c’è? E’ normale. Sei in crisi? E’ normale pure questo. Non devi capire tutto adesso, non devi restare al passo con chi ti circonda o arrivare dove sono arrivati quelli che sono venuti prima di te. Non devi provare niente a nessuno!
  • Impara a lasciarti andare negli inevitabili flussi che sono parte della vita di tutti i giorni. Alti e bassi, calma e confusione, serenità e tristezza: niente è definito, niente è davvero bianco o nero. Le emozioni sono volatili, vanno e vengono al di là del tuo controllo. 
  • Circondati di persone che ti fanno stare bene, ma che riescono anche a essere per te una grande sfida. E’ confortante avere accanto persone che non solo ti comprendono ma che condividono anche la tua visione del mondo, eppure la vera crescita subentra nel momento in cui ci si confronta con qualcuno che è capace di metterci veramente alla prova. La diversità non è necessariamente un ostacolo, può anzi rivelarsi un prezioso dono
  • Metti in dubbio ciò che pensi: il tuo cervello produce una serie infinita di storie, la tua percezione è spesso fallace e non tutto ciò che pensi è vero. Quanto spesso ci perdiamo dietro a realtà che esistono soltanto nella nostra testa? Non permettere alla tua insicurezza, ansia e paura di prendere il controllo. Hai più controllo di ciò che pensi di quanto credi.
  • Troverai la tua strada, è lì pronta per te anche quando pensi di esserti perso. Abbi fiducia. E prenditi un po’ meno sul serio, la vita così è decisamente più gradevole.

 

Mi piacerebbe poterti raccontare tutto ciò che mi ha portato a queste riflessioni, aprire una porticina sui miei ricordi e mostrarti quello che mi ha formata, nel bene e nel male, e quali sofferenze sono state i punti cardine della mia crescita e come quel dolore sia stato al contempo terribile e meraviglioso, perché la stessa cosa può inaspettatamente avere più sfaccetature di quelle che siamo disposti a vedere.  Ti renderei partecipe dei miei momenti migliori, di quelli in cui ho brillato maggiormente, e anche di quelli in cui invece sono stata al mio peggio. Ti farei vedere i miei sogni e tutte quelle domande che mi frullano costantemente in testa per capire come realizzarli. Mi piacerebbe srotolare di fronte a te le mie paure e insicurezze, ma anche i miei punti di forza e quel desiderio di amore incredibilmente profondo che non so se riuscirò mai a concretizzare come vorrei, e forse va bene così. Vorrei presentarti le persone più importanti della mia vita, raccontertele e fartele conoscere come le conosco io in tutta la loro complicata bellezza, così da potergli dedicare un tributo che penso meritino. Vorrei anche farti sapere di tutte quelle volte che non mi sono sentita capita, o vista, o amata da queste stesse persone e che l’amore, come già ti dicevo, non è mai semplice e che le cose che pensi e provi spesso sono lontane da quella che è la verità. Sono sicura che anche loro si sono sentiti così almeno una volta, così come sono sicura che sia stato lo stesso anche per te. Dopotutto la stessa cosa può esserne due diverse e una non esclude necessariamente l’altra, anzi. Mi auguro che il messaggio più importante che volevo comunicarti ti sia arrivato forte e chiaro: non sei mai solo. Troverai sempre qualcuno che si sente inadeguato come te, insicuro come te, incompreso come te, bloccato come te. Abbiamo costantemente l’impressione di star vivendo noi, e noi soltanto, una sofferenza che ci appartiene e che pensiamo di non poter spartire con nessun altro, eppure non è così. Le relazioni sono un dono anche per questo.

Spero che tu abbia attorno a te qualcuno capace e desideroso di osservarti in tutto ciò che sei, anche per quegli angoli bui che tanto ti sforzi di nascondere. Spero che i tuoi amici siano pazienti di fronte alla tua insicurezza, a quelle crepe che pensi di dover rattoppare in silenzio nel buio. Spero che tu decida di aprirti con loro per mostrargli chi sei, perché non c’è niente di male nell’essersi un po’ persi per strada. Spero che tu possa volerti bene anche in questo bizzarro, complicato e doloro 2020 che ci ha messo tutti alla prova e che ti attendano nuove opportunità che ti permettano di metterti in gioco e trovare la tua strada, anche se so che la stai già percorrendo. E’ così per tutti. Spero di averti strappato un sorriso e di averti fatto sentire meno solo, per me scriverti ha avuto questo sorprendente effetto. Ti abbraccio.

Pubblicità

A Toulouse

Il mio Erasmus è ormai giunto al termine, mi rimane soltanto una (troppo) breve finestra di tempo prima di salutare quella città che in questi mesi ho imparato a chiamare casa e mi sento un po’ come quando devo piegare un copriletto da sola: non so mai da che parte cominciare. So, con grande gioia ma anche con non poca tristezza, che non mi basterebbero un milione di

  • tramonti alla Daurade
  • ricard ghiacciati da un’euro l’uno serviti al Petit Voisin, tavolo rigorosamente fuori, sul ciglio della strada
  • passeggiate infinite, in solitaria o in compagnia, che partono dal caotico boulevard des Minimes fino a Jeanne d’Arc, poi lungo il boulevard d’Alsace-Lorraine fino a place du Capitole e via giù per rue Gambetta fino all’Haute-Garonne
  • spese improvvisate, che siano le cassette ricolme di frutta e verdura a ispirarmi una qualche ricetta, tote bag alla mano, al marché di Saint-Aubin o Crystal
  • suonate d’organo alla basilica di Saint-Sernin
  • gauffres bollenti nascosti da un’abbondante spalmata di Nutella a La Belle Liégeoise
  • tappe in libreria da Gilbert Joseph, l’Ami des livres e bouquinistes vari scovati sempre per puro caso
  • treni presi all’ultimo minuto, come quelle scelte che si fanno seguendo soltanto la pancia, diretti ad Albi
  • mattine, pomeriggi, sere con lo sguardo fisso sui Pirenei che sbucano da dietro un muro di foschia
  • ore perse a spulciare le cartoline meravigliose della mia papeterie preferita
  • chocolatines caldi di forno presi alle boulangeries sul lato della strada
  • attraversate  eroiche del Pont Neuf dove non importa che giorno, ora o stagione sia, ci sarà sempre un gran vento
  • etc., etc., etc.

per non sentire la mancanza di Toulouse, la mia ville rose. Tolosa non è mai stata un’estranea per me, perché mai mi si è presentata come tale, anzi mi ha accolta fin da subito, solida e fiera, nel suo intricato dedalo di stradine di briques rosati. Si è presentata con calore, spavalda, consigliandomi di tenere gli occhi bene aperti perché sai, mi ha detto, ci sono tante cose da scoprire qui che penso ti piaceranno molto. E quanto avevi ragione, Toulouse. E che bello dopo questa a-volte-infinita-a-volte-proprio-no manciata di mesi riscoprirti mia amica, mia sorella, e poterti chiamare casa.

Ho paura di lasciarti, ma al tempo stesso so che è giusto che questa parentesi si concluda e che io metta piede nel prossimo capitolo della mia vita, una fase, un inizio che come tutte le cose nuove spaventa e destabilizza, perché non è mai semplice ritrovare un equilibrio dopo che ci si è abituati per tanto tempo a qualcos’altro, qualcosa che non farà più parte dell’immediatezza del nostro universo fisico ma che potremo conservare, nel mio caso gelosamente, nel bagaglio di esperienze che trascineremo con noi, anche se non so ancora bene in che direzione. Sai Toulouse, ho sempre temuto il futuro e ho perso (o investito? O entrambe le cose?) innumerevoli viaggi in treno e notti fonde a domandarmi dove sto andando, cosa mi succederà e soprattutto se le mie scelte sono state, sono e saranno quelle giuste. Non ci posso fare niente, l’ignoto mi mette a disagio, è una realtà scomoda alla quale fatico ad abituarmi. Tu però, e con te tante esperienze passate, mi hai insegnato che è normale avere paura e che solo il tempo può dirti, con più o meno certezza, se hai scelto bene. Perché è proprio il tempo che porta le risposte, con la sua calma serafica e nel silenzio dell’inaspettato, e io fino a cinque mesi fa non avrei neanche mai potuto immaginare che sarei cambiata così, che avrei fatto quello che ho fatto, con la mia solita ingenuità e l’impegno cocciuto che metto in tutto, e che mi sarei ritrovata qui oggi non più come la ragazza che è partita, ma come donna. Onestamente non saprei dirti che tipo di donna sono, ancora devo conoscermi bene e penso che mi ci vorrà una vita per farlo (e va bene così, non ho mica fretta), ma so perfettamente cosa ho deciso di abbandonare, perché ormai non mi serve più, di quella ragazza spaventata che ricordo col sorriso e che un po’, fortunatamente anche, rimarrò sempre.

Ti ringrazio per non avermi detto esplicitamente dove dovevo cambiare, quali abitudini boicottare e cosa avevo un disperato bisogno di migliorare, ma per avermi guidato, come una presenza silenziosa, in questo faticoso percorso di crescita e riscoperta. Grazie di non avermi mai lasciata sola un’istante, ma di aver sempre trovato le coincidenze giuste per ricordarmi che le relazioni sopravvivono alla distanza e che se le sai nutrire cresceranno a discapito dei chilometri, perché quelli non sono niente in confronto al miracolo che è l’amore. Ti sono anche grata per aver tirato fuori il meglio del meglio e il peggio del peggio di me, era imperativo che prima o poi li conoscessi. Grazie per aver spinto con forza contro i miei limiti per creare un margine di lavoro sufficiente per permettermi di crescere come non ho mai fatto in vita mia, ma anche per essere stata paziente quando non ho avuto le forze di ascoltarti o di prenderti sul serio. Ti ringrazio per avermi aiutata a fare spazio in me stessa così che potessero entrare amore, consapevolezza, integrità, gentilezza, affetto, cura, responsabilità, indipendenza, coraggio e determinazione come mai prima d’ora e per avermi insegnato non solo a custodirle, ma anche a reimpiegarle per farne dono a chi mi circonda. Grazie per avermi messo alla prova senza alcun ritegno, lanciandomi una nuova sfida quando ancora stavo cercando di riprendermi da quella precedente, perché è stata una palestra sofferta, ma necessaria. Ti sono grata per le opportunità che mi hai concesso, di quelle belle perché mi hanno confermato ancora una volta di quanto possa essere splendida la vita e dell’importanza di sapersi meravigliare e di quelle brutte, soprattutto quelle brutte, sorprendentemente, per avermi rivelato che ho tutto ciò che mi serve per rialzarmi da una brutta caduta e che è proprio sul fondo che si trovano gli strumenti e le motivazioni necessarie per quelle metamorfosi di cui abbiamo bisogno per tirare fuori il meglio del nostro potenziale. Ti ringrazio per le persone che hai messo sul mio cammino, quelle che c’erano fin da prima della mia partenza e quelle che invece sono diventate importanti qui, perché senza di loro questa esperienza non avrebbe avuto lo stesso impatto e poi, si sa, i momenti che hai la fortuna di condividere, soprattutto con le persone giuste, sono doppiamente speciali.

Ci sarebbero ancora tanti grazie da dirti, ma chère Toulouse, ma possiamo anche far finta che tu sappia già tutto, perché dopotutto sei stata testimone di questa crescita e mi piacerebbe pensare di averti lasciato qualcosa, qui tra le tue strade che so che mi saranno familiari per il resto dei miei giorni anche se non dovessi mai più rimetterci piede. E ora, se puoi, ti chiedo un ultimo regalo: permettimi di portare a casa tutto ciò che ho imparato qui e di riuscire a metterlo in pratica anche sui colli dove sono nata in quella Bologna che è sempre stata la mia unica casa fino ad ora. Stringimi forte così che sulla mia pelle resti il ricordo di questi mesi che abbiamo passato insieme e io possa portarti con me nei passi successivi del mio cammino. Riempimi le tasche dei semi della spensieratezza, della curiosità, della sicurezza, dell’armonia e della libertà che ho vissuto qui in modo che possa piantarli nuovamente, in un terreno spero fertile, quando saremo lontane.

Ti ricorderò col sorriso ogni volta che mi capiterà di pensarti, a te e a tutte le città, persone, cose, momenti che ho toccato e che hanno toccato me, da Bordeaux all’oceano che inghiottisce perfino lo sguardo alle dune del Pilat, da Bilbao ai colori della Provenza, da Costanza a Livia fino a Giuseppe. Che io riesca a custodire tutto questo nel mio cuore, ma anche a condividere ciò che ho imparato con chi ne ha bisogno perché i nostri doni non dovrebbero mai rimanere segreti. Grazie anche di questo Toulouse, per avermi insegnato che è importante che dia voce a quello che sento, perché chissà quanti pensieri rivoluzionari si sono persi per la paura di dire qualcosa di insensato o di rendersi ridicoli. Grazie per avermi fatto riscoprire la mia voce, grazie proprio di cuore. E grazie soprattutto per avermi mostrato che avevo tutto già qui dentro di me, dovevo soltanto accorgermi che mi sarebbe bastato allungare la mano.

À bientôt.

Il potere delle parole

Non so bene da dove cominciare per raccontarvi quello che la scrittura significa per me, ma il semplice fatto che, per parlarvene, io scriva secondo me già dice qualcosa. Non sono mai stata una “scrittrice” costante, figuriamoci non sono mai nemmeno stata capace di tenere un diario per più di qualche mese, eppure so che per me l’atto di scrivere è sempre stato importante.

 

Non scrivo storie o racconti (li scrivevo un tempo, quando ero più giovane e avevo fantasia da vendere, ma non è mai stato il mio forte, non so se mi spiego), non invento personaggi fittizi o mondi incantati (anche se di viaggi mentali me ne faccio sempre tanti, ma questo è un altro discorso), non scrivo libri, insomma. E penso che non ne scriverò mai, e va bene così: non tutti i lettori sono necessariamente destinati a essere anche degli scrittori. I libri mi piace leggerli, mi piace appuntarci sopra le mie riflessioni (se volete, ne ho parlato meglio qui), ma qui mi fermo. Niente macchina da scrivere o penna d’oca per me, ma solo una penna a sfera e un vecchio quaderno perché quando scrivo, scrivo di me.

 

Ora, il mio modo di scrivere non inizia mai con “caro diario” o simili. Come vi dicevo, ho provato a tenerne qualcuno nel corso della mia vita ma ho sempre fallito miseramente. Evidentemente, per certe cose la costanza non fa proprio al caso mio. No, ecco, come scrivo io è diverso, forse qualcuno di voi ci si rispecchierà pure. E’ libero, senza regole, qualcosa che assomiglia a: un flusso di coscienza, una lista di reminders, un ammucchio di pensieri sconclusionati senza un apparente filo logico e così via. Non c’è niente di davvero definito, perché la scrittura assume sempre la forma di cui più ho bisogno. Di cosa e come scrivo ne ho già parlato in questo video e anche in quest’altro, ma oggi avevo proprio voglia di approfondire l’argomento perché ora che sono così lontana da casa (per chi si fosse perso la news, sono a Tolosa, in Francia, per il progetto Erasmus) la scrittura sta diventando uno dei miei pochi punti fermi.

 

Quale modo migliore, infatti, per esplorare sé stessi se non utilizzando le parole? Che scoperta sorprendente è stata per me realizzare che le parole, le mie, erano in grado di definire ciò che provo, che vivo e che sono. Quando confidarsi con un amico non basta, quando il piantino liberatorio (so che sapete di cosa sto parlando) non è sufficiente, quando le cose non riesci a tirarle fuori del tutto, ecco, è arrivato il momento di prendere in mano una penna. O il computer, in questo caso. E che bello, dopo un più o meno lungo attimo di caos, vedere riordinati i tuoi pensieri nero su bianco, con parole che sono tue, che tue resteranno e che ti aspetteranno, pronte per essere consultate in un momento di crisi. Quanta potenza si nasconde dietro a un semplice gesto della mano, alla parola giusta.

 

Scrivere mi ha sempre liberato, è uno dei pochi modi che ho per scappare dai quei pensieri soffocanti che spesso mi suggerisce la mia ansia, pensieri che diventano gabbie e che, purtroppo, altrettanto spesso condizionano il mio modo di (re)agire alle difficoltà che si presentano sul mio cammino. E’ il mio modo di riflettere su questi aspri suggerimenti, di capire se ci sia per caso qualcosa di vero (perché non si sa mai), di riordinare ciò che può essere riordinato, di capire e di fare un passo avanti nella direzione giusta. Da un senso alla cose, la scrittura, le rende visibili, mi permette di chiarirle. Anche solo l’atto di tenere una penna in mano mi conforta, perché so che è lo strumento giusto per accedere alla mia mente e per ricordarmi dove voglio andare, chi voglio essere e che scelte prendere per poterlo fare. Perché spesso l’ostacolo più grande che ho davanti a me sono proprio io e ho bisogno di vedere che cosa sta succedendo dentro di me per potermi muovere, per capire, ed è la scrittura il mio strumento, è lei che mi guida. O meglio, sono le parole a farlo.

 

There are times when you don’t know yourself. There are times when you don’t want to know yourself. There are times when you want to be what you have never allowed yourself to be before. – This Is All (Questo è tutto), Aidan Chambers.

 

Quante volte mi è capitato di sbattere la testa contro il muro, senza capire, senza ritrovarmi, per poi impormi di fermarmi, fare un bel respiro, prendere carta e penna e mettermi al lavoro, perché le cose non si risolvono mai da sole. Quanta calma ho sempre trovato nelle parole, quanta libertà, quanto ordine. Anche se spesso il mio foglio è pieno di frasi che si sovrappongo, di ricami intrecciati di lettere e virgole, di scarabocchi che faccio per riempire uno spazio vuoto o per scaricare la tensione. Quanta gioia poi ricevo dal perdermi in queste pagine piene di appunti, di parole mie, in un momento in cui ho esattamente bisogno di questo, di rileggermi, di ritrovare un ragionamento di cui forse mi ero addirittura dimenticata ma che si ripresenta, necessario, come lanterna a fare luce sul mio percorso. Quante volte ho dovuto dire grazie alle parole per confortarmi, accogliermi, accudirmi, riempirmi, cullarmi, chiarirmi, spiegarmi, svegliarmi. Quanto devo alla carta e all’inchiostro. Quanto, nemmeno lo so.

C’è qualcosa di potente che si nasconde nelle parole, questo potrebbe dirverlo qualunque lettore, scrittore o chiunque ne abbia mai avuto veramente a che fare, quindi un po’ tutti.  Le parole aprono voragini, ma costruiscono anche ponti. Feriscono e alleviano. Svuotano e riempono. Una dicotomia costante, spesso un salto nel vuoto, ma di cui ne vale sempre la pena. Sono fragili, le parole, sono il mezzo per arrivare alla verità che si nasconde proprio dietro di loro se solo ci concediamo di raggiungerla, di accettarla. Sono amiche e compagne, sono guide.

 

Mi piacerebbe scrivere pagine e pagine su questo argomento, ma è uno dei pochi che mai si esauirebbe. E mi piace proprio per questo. Le cose importanti mi sembra di averle dette, ma allo stesso modo ho l’impressione di essere stata banale nelle mie affermazioni, perché non è mai semplice parlare di qualcosa di così personale, ho quasi il sentore di potermi capire soltanto io. Spero non sia così, spero che ci sia qualcun altro qui che si sia rivisto in ciò che ho detto, ciò che ho scritto, che abbia annuito in più punti di questo monologo interiore e che si sia sentito vicino alle mie parole. Se così fosse, le mie parole sarebbero diventate nostre. Tue e mie. Perché è anche questo il bello: una volta che le fai uscire diventano un tesoro condiviso, non sono più mie o tue, ma nostre. E non è forse bello questo? Non c’è qualcosa di magico nella consapevolezza che diverse combinazioni delle stesse lettere possano dare vita a infiniti significati che ci toccano in modi che neanche possiamo immaginare? Che ci sia uno stretto legame tra chi siamo e ciò che diciamo, ciò che condividiamo, e che questo filo rosso superi ogni barriera? Che esista qualcosa che può abbattere muri, superare frontiere e viaggiare più lontano di quanto mai andremo? Continuiamo dunque a scrivere, continuiamo dunque a parlare. E vediamo un po’ dove ci conducono queste parole, che cos’altro – di noi e del mondo tutto attorno – ci faranno scoprire.

Casa

This is a place where I don’t feel alone
This is a place where I feel at home

 

Che esperienza bizzarra, hors du commun, vivere a chilometri di distanza dalla propria patria. Che strano, penso, trovare un altro posto del mondo che prima o poi sento che chiamerò “casa“.  Ora Tolosa la metto tra un paio di virgolette, è una misura di sicurezza di cui ho bisogno perché pensare che stia diventando così importante per me un po’ mi spaventa. E’ passato poco più di un mese e già ho il mio posto consolidato a tavola quando la mattina presto, dopo una sveglia alle 6.45, mi siedo a fare colazione aspettando che ci sia abbastanza luce per scorgere i Pirenei, la mia pasticceria di fiducia dove mi fermo sempre qualche minuto di troppo a osservare i dolci in vetrina per poi finire sempre per scegliere lo stesso, un croissaint au chocolat s’il-vous-plait, la chiesa dove vado a messa tutte le domeniche, l’angolo del quai de la Daurade perfetto per godersi il tramonto, il percorso prestabilito della mia passeggiata domenicale in solitaria in direzione del mercato di Saint-Aubin dove compro frutta e verdura per la settimana a venire, la libreria dove mi perdo a sfogliare tutti i volumi della collana Folio che riesco a trovare e poi, e poi, e poi. Poco più di un mese e già tutto questo, poco più di un mese e guardate dove sono adesso.

Nessun posto però è come Casa, senza virgolette e con la maiuscola. Casa dove sono nata e cresciuta, casa che è un centro fatto di portici, casa che è l’aperitivo in piazza Santo Stefano, casa che è San Luca che osserva tutto da sopra la sua collina, casa che è tigelle, crescentine e salume a volontà, casa che è un asse tra Bologna e Zola Predosa, casa che è il campo di girasoli che fa da sfondo alle mie (e nostre) passeggiate, casa che è il canto di gioia della domenica mattina, casa che è la mia nonna che mi prepara la peperonata proprio come piace a me, casa che è il muro di foto che copre gran parte della mia stanza, casa che è mamma e papà, casa che è il gelato più buono del mondo preso alla Vecchia Stalla, casa che è quel trio di amici inseparabili che parlano un linguaggio che capiscono solo loro, casa che è guidare con i finestrini abbassati di notte e la musica a palla, casa che è quel bacio che mi da sempre Cuore sul dorso della mano dopo essersela avvicinata alle labbra. Casa. I contorni di una foto che costruisco con assoluta facilità anche a occhi chiusi, anche quando osservo un panorama estraneo che piano piano sto imparando a conoscere.

Come forse direbbe la mia cara amica B, Tolosa è una ragazza che parte all’avventura con lo zaino in spalla, i capelli corti tagliati per la prima volta da sola con un paio di forbici dalla punta arrotondata e tanta voglia di imparare. E’ elegante, senza troppe pretese, ma piena di sorprese. Bologna è invece la ragazza della porta accanto, quella col sorriso dolce e timido, i capelli raccolti in una treccia morbida e le scarpe consumate. E’ chiacchierona, impavida, solida. Ha le idee chiare, Bologna, non si lascia mettere i piedi in testa. In questo momento mi sento un misto di entrambe, oscillo tra le due, mi lascio trasportare dalla corrente e mi chiedo come sarò, chi sarò, una volta che metterò la parola fine a questa esperienza.

Più sto a Tolosa, più me la vivo, più sento che il mio posto è a casa, più sento concretizzarsi quei pensieri folli che ho maturato prima di partire, quelle decisioni che porteranno la mia vita in una direzione che un po’ mi aspettavo, che tanto desideravo, ma che mi spaventa anche un bel po’. Perché le scelte più importanti sono scelte di vita e, in quanto tali, guarda caso sono sempre più grandi di noi e la loro portata, che spesso sembra immensa e altrettanto spesso lo è, non è sempre facile da gestire. Sono quei “sì” che cambiano le carte in tavola, radicalmente. Sono quelle decisioni che ti fanno tremare le ginocchia per l’agitazione, ma di quella paura buona che ti sprona, che ti spinge in avanti, quella che ti dice: “adesso inizia la vera avventura.” Che strano quindi pensare che un’esperienza come l’Erasmus, fatta di movimento, mi stia aiutando a stabilizzarmi. Che strano, anche, che pur avendomi decentrata mi stia spingendo sempre di più verso quello che penso sia il mio vero centro.

Perché non c’è nessun posto come casa, non c’è viaggio che tenga perché il mondo è sì un vastissimo enigma da scoprire, un puzzle da ricomporre, ma c’è solo un luogo che racchiude le persone del cuore, una sola coordinata alla quale tornare sempre con il sorriso. Perché c’è qualcuno che ti aspetta, perché c’è chi ti ha visto crescere, chi ti ha tenuta stretta, chi ti ha dato la spinta che ti serviva, chi ti ascolta, chi ti prende per mano, chi ti riconosce. Perché le cose che ti sono davvero familiari sono quelle che hai costruito con le tue mani, quelle che hai imparato ad amare, a volte con non poca fatica, e che, per quanto possano essere diventate quotidiane, ti sembrano un miracolo nuovo ogni giorno. Bologna è la mia prima coordinata, Tolosa sarà la seconda. Forse un giorno, forse col tempo. Una parentesi francese, uno strato sottile della mia grossa porzione di lasagne, perché potrò anche cambiare paese ma la mia fame resta sempre la stessa.

Mi trovo a scrivere tutto questo tra quattro mura che mi sono fin troppo familiari, in un silenzio confortevole che condivido con una delle poche persone con le quali persino i momenti quieti sono pregni di significato, sono istantanee mute di un ricordo felice. Penso a Tolosa, ma se mi affaccio alla finestra respiro aria di casa, sento la mia lingua, vedo i miei amati colli. Se guardo alla mia destra vedo il mio Amore, se alzo la cornetta e chiamo il mio papà so che mi sta rispondendo solo da qualche chilometro da qui, se guardo l’orologio mi ricordo che tra qualche ora sarò in compagnia dei miei migliori amici. Questa è la mia vita, questa è casa. Eppure anche a chilometri di distanza, anche se sempre in movimento, anche se siamo lontani, quando torno è tutto come me lo ricordo. C’è solo più amore.

Quindi quando tra qualche giorno sarò sul balcone della mia seconda casa a cercare di scorgere i Pirenei da dietro il muro di foschia, penserò alle mie radici e le vedrò qui dov’è anche il mio cuore. Perché potrei andare ovunque nel mondo, ma ci sarà sempre un unico posto dove vorrò sempre tornare. 

 

Il mio primo mese in Francia

Domani festeggio il mio primo mesiversario con la città che sarà la mia casa per i prossimi sei mesi. Cinque, ormai. Ve la descrivo: sud della Francia, il centro è fatto di piccoli mattoncini, tant’è che spesso non è poi così semplice distinguere la strada dal marciapiede, ci sono due linee della métro (una gialla e una rossa), un sacco di chiese gotiche in cui suonano l’organo la domenica, librerie ovunque e, quando sbuca fuori il sole, si capisce perché è conosciuta come la ville rose. Tolosa. Ormai un mese. Ormai la mia città. 

Quante cose sto vedendo, quante cose sto imparando, quante disavventure sul mio cammino (questo post avrei potuto chiamarlo “di lavatrici rotte, corrente che salta e burocrazia alle costole“, ma magari di questo vi parlo un’altra volta) e quanta voglia di continuare a fare i miei passi, qui, a partire dalla stazione di Marengo SNCF fino ad arrivare a Jean Jaurés per fare il cambio, prendere la linea gialla e finire Dio solo sa dove. Esplorare, perdersi, osservare. Sarò sincera, in questo mese ho avuto poche occasioni di perdermi (e meno male, perché sapete che l’orientamento non è esattamente il mio forte) e di giri ne ho fatti meno di quanti avrei voluto, ma l’Erasmus – almeno per me – è anche (e soprattutto, almeno qua in Francia) studio, quindi la triste verità è che sto sempre china sui libri. O quasi

E già mi perdo in questo post che avrei voluto costruire con un po’ più di criterio, perché a me piace che le cose siano bene ordinate, soprattutto nella mia vita, ma una delle tante cose che sto imparando grazie a questa permanenza in Francia è che non sempre l’ordine è una cosa possibile e a volte è proprio nel caos che si trovano i tesori più preziosi. Questa regola però purtroppo non vale per il bucato, perché quei calzini che ho perso chissà dove ormai hanno acquisito di diritto la cittadinanza francese, quindi addio per sempre mes amis.

Bene, dov’ero rimasta? Ah sì, ordine. Sarò onesta, già sono stupita di aver trovato un momento da ritagliarmi per poter buttare giù i miei pensieri nella baraonda (in senso buono, buonissimo) che è diventata la mia vita da un mese a questa parte. Per una persona che ha sempre vissuto con mamma e papà, devo dire che partire per conto mio e decidere di vivere da sola non è stata esattamente una scelta facile perché sopravvivere – all’estero e da sola – non è una passeggiata. “Da sola” relativamente poi, perché condivido l’appartamento con due mie compagne di corso quindi da sola non lo sono mai, ma devo occuparmi di me, delle mie cose, della casa, del nutrimento. Soprattutto del nutrimento, l’Erasmus mi rende affamata. O forse è solo una scusa per godermi tutti i dolcetti burrosi che fanno qui in Francia? La verità la sapremo solo io e la mia bilancia. Comunque, dicevo: vivere da soli non è una robetta da niente, specialmente se non si è abituati. Ecco qualche considerazione che mi sento di fare dopo un mese di vita lontana dal nido familiare:

  1. Il sale, lo zucchero e l’olio non compaiono da soli per magia nella dispensa, che è un po’ una metafora casereccia per dire che a volte sono le cose più importanti che diamo per scontate. Oppure è un modo per ricordarmi cosa mettere nella mia prossima lista della spesa, fate voi. 
  2. Il bidet è un bene di prima necessità. Questo non c’entra molto con l’andare a vivere en solitaire, ma con la Francia in sé. E’ proprio vero quando ti dicono che ti rendi conto delle cose che ami per davvero solo quando le perdi.
  3. Cambiare abitudini non mi ha disorientato tanto quanto avrei creduto, ma mi intimorisce un po’ il ritorno a casa perché ho l’impressione che sarà più difficile calarmi nuovamente nelle mie routine di sempre. Di questo però magari ne parliamo quando torno, per ora sono solo pensieri. Disordinati, ovviamente. 
  4. A volte per sentirsi a casa basta poco, a volte invece ti mancano anche le cose più sciocche. Prima della partenza, quando è arrivato il momento di fare le valigie, il primo punto sulla lista delle cose da portare (come vi dicevo, sono una maniaca dell’ordine e le liste sono le mie migliori amiche) al primo posto ho messo tutte quelle cose che mi avrebbero ricordato casa, fotografie soprattutto. Una volta arrivata a Tolosa mi sono accorta di non poterle attaccare alle pareti come avrei voluto e quindi mi sono dovuta ingegnare per rendere mio questo piccolo spazio, questo angolo di mondo che ogni tanto chiamo casa, mentre in altri momenti solo Tolosa. E’ incredibile come diventino preziosi dei fogli di carta lucida, dei segnalibri, una piccola candela, un barattolo vuoto, un vecchio orsacchiotto. Tutti oggetti che a casa mia magari notavo appena, perché sono sempre stata circondata da mille cose che mi parlavano della mia vita, della mia famiglia, del mio amore, mentre qua ogni ricordo di casa è prezioso, è un monito di quello che ho lasciato in Italia e che ritroverò al mio ritorno.
  5. Fare la spesa è bellissimo, ma anche traumatico. Che bello comprare solo cose di mio gusto, pensare a quello che voglio mangiare io, a quello che piace a me, e che bella la libertà di girare tra gli scaffali e farmi ispirare da quello che vedo, che bello sperimentare ai fornelli! Che strano, però, cucinare per uno e soprattutto pensare alle porzioni per uno. Perché se si vive da soli, ho notato, una delle sfide più grandi è proprio porzionare. Qualche esempio: il sugo al pomodoro della Barilla migliore per rapporto qualità-prezzo è quello da 400 grammi, ma va consumato nel giro di qualche giorno dall’apertura e se lo usi solo tu questo equivale al dare il via alla fiera del pomodoro. La carne, ragazzi la carne, è venduta sempre a fette di due, ma meno male che esiste il congelatore quindi una te la mangi subito e l’altra la metti a riposo, pronta ad attenderti per il prossimo pasto. Non bisogna esagerare con la verdura perché sennò rischia di andare a male, cosa che per me è tragica perché mi piace avere tanta scelta quando cucino. Insomma, tante cose. Però col tempo si imparano dei trucchi niente male, quindi quando ne raccolgo un po’ magari li condivido con voi. 
  6. La mia vita da una parte mi sembra in pausa, dall’altra invece mi pare stia scorrendo velocissima. Questa forse è la sensazione più strana di tutte, quella che più mi disorienta. Ho cambiato posto, ma le mie radici sono sempre a casa, a Bologna. Ho conosciuto tante persone, ma quelle che contano davvero sono a chilometri di distanza. Io sono l’unico elemento di questo insieme un po’ di qua e un po’ di là, un po’ a Tolosa e un po’ a Bologna, un po’ col corpo e un po’ col cuore, sospesa tra due estremità che si sfiorano appena. Mi riconosceranno, mi chiedo, quando tornerò? A questo proposito una delle persone più importanti della mia vita mi ha detto che non me ne devo preoccupare, che stiamo sempre camminando insieme su due binari paralleli anche se un po’ distanti. Ho deciso di aggrapparmi a questo.

Dopo questa breve lista, giusto per darvi qualche esempio, mi rendo conto che sono le otto di sera e che non ho ancora mangiato e, purtroppo, un piatto di pasta non apparirà magicamente sulla mia tavola quindi mi tocca andare a farmi da mangiare. Ah, la vita del fuorisede! La vita del fuoripaese. Che poi, parliamoci chiaro: la vita dell’italiano all’estero, culinariamente parlando, è una tragedia. Non avete idea di quanto mi manchi la pizza, i tortellini, le lasagne, il salume. Come già vi dicevo, le cose che diamo per scontate sono quelle che ci mancano di più una volta perdute. Per dirvi, ogni tanto da brava bolognese la mortadella me la sogno.

Ma chiudiamo ora ahimé la parentesi cibo e apriamone un’altra, anche se come vi dicevo la parola all’ordine del giorno ormai è diventata disordine (il gioco di parole non era voluto, è che semplicemente non so più parlare nessuna lingua. Qua è un metissage di un po’ di tutto, un ingarbuglio di cose dai contorni sfumati), quindi non so neanche più cosa volevo dire. Ho tanti pensieri, come sempre, ma sento di affrontarli con più calma e questa è una bella novità. Per una persona ansiosa come me, è un gran cambiamento. Sapevo che questa esperienza mi avrebbe plasmato in modi sconosciuti, sorprendenti anche, ma mai avrei pensato di vederne gli effetti così presto. Certo, un mese non è poco, ma è pur sempre un mese. Mi sento più: sicura di me stessa, consapevole, curiosa, attenta, preparata. Tante cose, insomma. Alcune forse non le vedo ancora, ma già ci sono. Sento, piano piano, di star diventando davvero una donna. Non so che tipo, non so bene come, ma mi piaccio. E mi piace anche questo viaggio. Sto scoprendo quali sono i miei limiti e li sto oltrepassando, sto affrontando le cose con il cuore sereno nonostante siano difficili, nonostante ogni tanto mi tolgano il fiato. La cosa più bella poi, è che lo faccio col sorriso e, soprattutto, restando sempre me stessa. Sono sempre io, sempre Erika, ma sto crescendo. Un passo dopo l’altro, umilmente, ma con costanza. 

Quanto mi piacerebbe che questi pensieri fossero più coerenti, che ci fosse un filo logico a legarli. Invece ve li sto mostrando esattamente come mi si presentano, che è un po’ com’è la mia vita adesso: un giorno dopo l’altro, senza pretese, ventiquattro ore alla volta e poi vediamo come va, vediamo che mi aspetta. Questa insicurezza, questa instabilità, l’accolgo però con gioia perché mi sta portando esattamente dove sento di dover andare, mi sta facendo scoprire che cosa voglio davvero dalla mia vita. Non fraintendetemi, per ora non ho avuto chissà che rivelazione stando qui (tranne quella dell’essenzialità del bidet), ma sto sicuramente confermando delle scelte che avevo preso prima di partire e che so che cambieranno per sempre la mia vita. E per fortuna. Non vi dico di più perché sono cose mie ed è giusto che rimangano tali, sappiate però che sono cose belle e che mi rendono felice, e spero questo vi basti.

Mi piacerebbe potervi dire altro, ma ora come ora penso basti quello che ho già detto: una serie di pensieri sconclusionati, lo so, ma spero vi abbia comunque fatto piacere leggerli. L’Erasmus è un’esperienza incredibile e sento che ci sono tante altre cose da dire, tanto altro di cui vorrò parlarvi. Tanto altro, soprattutto, che avrò bisogno di documentare. Â bientôt.

 

 

 

 

 

 

 

Io, uno dei fratelli Dunbar

In quel momento sentì brontolare lo stomaco. Si chinò in avanti, i piedi incollati al pavimento. Tra le mani aveva la scatola di legno e l’accendino, e guardò la scritta MATADOR e la molletta presa di recente. Per tutta una serie di motivi, non riusciva a muoversi. Non ancora. Ma presto ce l’avrebbe fatta.

Nella vita di ogni lettore ci sono scrittori e scrittori, libri e libri. Ci sono parole che scorrono sotto ai nostri occhi semplicemente per quello che sono, file di significati che creano una storia, e poi ce ne sono invece delle altre che maciniamo con misurata lentezza o che divoriamo con una frenesia vorace per poi tornare a rileggerle con calma solo più tardi e che ci rimangono impresse, che ritroviamo marchiate a fuoco sulla nostra pelle, bollenti e indelebili. Ci sono scrittori più o meno abili, e poi altri ancora che si posizionano al di sopra di queste categorie, che le scardinano come porte di legno vecchio infestate dai tarli e le sostituiscono con qualcosa di mai visto, qualcosa di inarrivabile. Ci sono infatti, credo per tutti, quegli autori che riconosceremmo anche solo da una frase, quelli talmente inconfondibili che basta una parola per farci dire “ah, eccolo. E’ lui.” con la tenerezza di chi ritrova un caro amico dopo tanto tempo. Per me uno di questi è Markus Zusak, l’abile penna australiana che ha creato quelli che (almeno per me) sono dei veri e propri capolavori: Storia di una ladra di libri, Io sono il messaggero e, il più recente, Il ponte d’argilla

E quando parlo di loro desidero che mi immaginiate con un grande sorriso, uno di quelli che non tocca solo le labbra ma che invita a unirsi anche tutto il viso. Il sorriso di chi parla di qualcosa che ama profondamente e che condivide volentieri, perché le cose belle sono ancora più ricche se condivise, anche se è sempre difficile dipingere a parole un legame così intimo come quello che si può instaurare, come un intreccio di diversi filamenti, tra una persona e il suo corrispettivo cartaceo. Perché quando mi chiedono quale sia il libro che più mi rappresenta io, senza battere ciglio e con la naturalezza che spesso conservano solo i bambini, indico i volumi di Zusak che riposano sulla mia scrivania in quell’angolo che per me è il più comodo per poterli raggiungere quando serve, quando ho bisogno di uno specchio o di un rifugio, semplicemente allungando il braccio. I miei alter ego di cellulosa infatti sono nati grazie a lui, a Markus Zusak, e non è mai stato semplice per me parlarne senza sentirmi coinvolta, senza metterci tutto il cuore. Ma poi è anche vero che io con il cuore ho sempre fatto tutto, quindi va bene così. 

E quindi dopo aver rimandato il più possibile la fine, dopo aver masticato il suo nuovo libro a bocconi piccoli per poter restare il più possibile in compagnia dei fratelli Dunbar, dopo averlo – finalmente, ma anche ahimé – finito ed essere subito ritornata all’inizio con l’intento di cominciarlo da capo un’altra volta, eccomi qui. Eccomi per parlarne, per raccontarvi. 

Il ponte d’argilla è la storia di cinque fratelli, Matthew, Rory, Henry, Clay e Thommy, e di un ponte, il ponte d’argilla di Clay. La storia di un gatto tigrato che fa continuamente le fusa, di un mulo in mezzo alla cucina, di piedi avvolti nel nastro adesivo, dell’Assassino, di una ragazza dagli occhi lucenti, di Achille, Ulisse e Telemaco, della Sbagliatrice e di una molletta per il bucato. Una trama scarna quella che vi racconto, con una spruzzata di cose che forse al momento non riuscirete a capire perché, come capita spesso con i libri davvero belli, non serve spingersi troppo oltre, non serve raccontare tanto, perché ci penserà lui a fornire tutto il resto. Con questo almeno, succede proprio così.

Gli ci era voluto un momento per capire che era sabato. E sera, non l’alba. E in uno stato delirante, con le mani che bruciavano, coperte di sangue, decise che voleva rivedere la città, e preparò un bagaglio leggero: la scatola di legno, e i libri sui ponti che preferiva. Poi si fece la doccia, con le mani che bruciavano, si vestì, con le mani che bruciavano, e si avviò barcollando verso la città. Solo una volta esitò e si voltò a guardare il suo lavoro, e bastò quello: in mezzo alla strada, si sedette, e la campagna si levò intorno a lui.

“Ce l’ho fatta”.

Poche parole, e ciascuna sapeva di terra.

Ora però ci sono io che faccio fatica, perché non è mai semplice per me trasformare le emozioni in parole, dar loro una forma che spesso risulta essere anche un limite quando invece forse sarebbe meglio lasciare che occupino gli spazi di cui necessitano per esistere al di fuori di me. Se devo essere sincera, è difficile per me dover condividere i fratelli Dunbar, così come è stato difficile dover condividere Liesel, la ladra di libri, o Hans Hubermann, l’uomo con la fisarmonica. Perché i personaggi di Markus Zusak ti entrano dentro, ma non si limitano mai solo a questo: sono vivi, parlano, bucano le pagine, entrano nella tua dimensione, acquistano una loro forma, diventano solidi, di sangue e di carne, si fanno strada tra la carta, allungano una mano per afferrarti per il bavero della maglietta e trascinarti dentro dove loro solo sanno, in una piega dove puoi esistere anche tu se solo lasci che ti accolgano tra di loro. Perciò eccomi. Io, uno dei fratelli Dunbar.

Quando si legge un romanzo di Zusak è impossibile resistere, devi farti trascinare. Anche i più bravi, anche quelli più solidi sui propri piedi, ecco voi, sì proprio voi, non pensate di farla franca, non crediate di potergli sfuggire. E’ un attimo, a malapena ce ne si accorge. Il clic di un tasto di una vecchia macchina da scrivere e via, siete dentro e non potete più fuggire. Non cercate di ribellarvi, ma lasciate che il fiume vi porti fino in fondo. Alla fine, se presterete attenzione, ci sarà un ponte ad attendervi. E quel ponte sarà fatto di Clay.

In un racconto che salta avanti e indietro, dal passato al presente al futuro poi di nuovo indietro non necessariamente in questo ordine, si srotola la storia dei fratelli Dunbar, quella di un padre dagli occhi acquamarina e del pianoforte di Penelope, quella di una ragazza che cavalca veloce nel vento e di un ponte, ma questo ve l’ho già detto. Una storia fugace, che si rivela piano piano, come un orologio che passa in ritardo da un minuto all’altro seguendo una concezione del tempo familiare a lui e a nessun’altro. Una storia che catapulta in Australia, in un universo che sembra immenso se visto dalle tegole del tetto della casa al 18 di Archer Street, e che trascina nel turbinio che non posso che definire poetico (sì lo so, suona un po’ artificiosa come descrizione, ma che altro posso dirvi? E’ vero) che si materializza al passaggio dell’abile penna dell’autore. Una storia che ci trasforma tutti in uno dei fratelli Dunbar.

L’emozione che racchiude Zusak nelle sue storie penso sia impareggiabile. E sì, so bene che l’emozione si nasconde in ognuno di noi assopita, nella misura che ci appartiene, in quella valigia che ci portiamo appresso e che contiene tutto ciò che abbiamo vissuto, visto, sentito, le persone che ci hanno toccato e quello che ci hanno lasciato, chi siamo, la nostra direzione e gli obiettivi che tentiamo di raggiungere. So quanto pesi su tutto questo una soggettività che è nostra e che descrive un solo io, un’identità che appartiene a noi soltanto. E soprattutto so, e me dispiaccio molto, che questo libro non vi toccherà mai come ha toccato me, forse non vi toccherà affatto. Ce ne saranno altri però, magari molto diversi da quelli che leggo io, che invece sapranno sfiorarvi come quelli di Zusak colpiscono me, e di questo invece sono contenta. Penso sia il bello dell’esperienza letteraria, la sua unicità

Però che dire, io mi sento sempre vicina ai personaggi che crea. O meglio, sono i personaggi che crea, o lo divento man mano che scorrono le pagine. Penso infatti che questo scrittore sia uno dei più delicati nel tentativo di tracciare l’umanità, nel bello e nel brutto, nella gioia e nella tragedia. Gli basta una frase, una soltanto, per forare le pagine. Gli basta poco, e raramente ci gira troppo attorno, per far germogliare qualcosa che sarà indelebile e che, in qualche assurdo modo, vivrà attraverso di me. Quando leggo un libro di Markus Zusak ho quasi l’impressione di diventare la bozza di un romanzo sottoposto allo sguardo severo di un editore armato di penna rossa che saprà darmi esattamente ciò che mi serve per essere più vibrante, più consapevole. Quando leggo un suo libro, quindi, non sono mai la stessa persona che ha sollevato la copertina, come non sono mai quella che l’ha poi richiusa. E’ strano da spiegare – ve l’avevo detto no, che è complicato dare forma alle emozioni? – ma i suoi romanzi non hanno mai una vera e propria fine: certo, come qualsiasi libro-oggetto hanno una prima e anche un’ultima pagina, ma la storia, almeno per me, finisce sempre con una virgola. C’è sempre un ma, un però. Sono storie che macinano, che fermentano, che ribollono. Sono personaggi che restano al mio fianco, invisibili ma lì, e che talvolta appoggiano la mano sulla mia spalla per incoraggiarmi, per darmi una spintarella. Sono parole che rimangono impresse nel mio sguardo come quando capita di osservare una fonte di luce molto forte e quella ti segue ancora per un po’ anche quando abbassi gli occhi. Sono qui, con me. 

La storia di Clay è una storia che colpisce, che mi ha colpito, perché non sembra di star leggendo un romanzo, perché parla della vita. Perché lo fa con quelli che sono i tipici fronzoli di Zusak, ma che non nascondono o edulcorano nulla, ma anzi evidenziano invece anche ciò che non vorremmo mai vedere, anche quello che non dovrebbe succedere mai perché è troppo difficile accettarlo o conviverci. Una cosa poi che amo tantissimo di questo autore, è che il meglio si nasconde nei silenzi e negli spazi vuoti. E’ nel non detto che Zusak nasconde il suo talento, in quello che sta al lettore indovinare grazie agli indizi che sparpaglia sapientemente tra una parola e l’altra. E tu lettore diventi spettatore e protagonista al tempo stesso, movimento attivo e spinta nello scompiglio della vita di Matthew, Rory, Henry, Clay e Thommy, nell’intreccio di braccia, teste e gambe delle loro zuffe.

Non c’è davvero altro modo di spiegarlo, forse sono io che pecco come scrittrice e che non so in che modo girare le parole per dirvi di più. Ormai avrete capito che le mie recensioni non sono mai tali, sono piuttosto dei resoconti di ciò che ho vissuto a contatto con le storie e il potere che hanno avuto quelle parole su di me. E’ un legame intimo quello che si va a instaurare tra i libri e gli esseri umani, soprattutto tra quelli che sono in grado di comprendersi perché simili, perché condividono una sensibilità che possono capire solo loro.

Questi siamo io e Markus Zusak. Io, uno dei fratelli Dunbar.

 

 

 

 

Quei pezzi che non combaciano

Mi piacerebbe sapere che cosa si prova ad avere una visione cristallina del proprio futuro, a riuscire a guardare fuori dal finestrino di un treno in movimento e osservare la campagna tutta intorno senza perdersi in chissà che elucubrazioni, ma trovare all’istante – così, in uno schiocco di dita – un punto fermo su cui focalizzare la propria attenzione, uno sguardo quadrato che centra un bersaglio sicuro e che srotola ordinatamente davanti una serie di obiettivi, delle efficaci strategie per raggiungerli e tempistiche più o meno accurate. Io quando torno da Ferrara dopo una lunga giornata passata sui banchi, nel disordinato brusio di un vagone soffocante di persone, mi lascio cadere pesantemente sul primo posto libero, appoggio la testa sul palmo aperto della mano e mi perdo nel rumore sfocato del treno che si muove sui binari. E finisce lì. Nessun progetto, nessuna rivelazione, nessuna direzione.

 

In tasca però sento qualcosa che si scalda, qualcosa che ticchetta e che vibra impaziente e quando ci infilo le dita per capire cosa sia mi ritrovo in mano dei frammenti curvi, quasi come pezzi di vetro, opachi e grezzi. Li tengo in mano e li osservo, provo ad avvicinarli l’uno all’altro per capire se possono combaciare, ma non riesco a trovare la combinazione giusta. Allora li sollevo uno per volta, li osservo attentamente, con calma, ed ecco che qualcosa comincia a prendere forma.

 

Vedo: un pennello umido che strofina piano il pigmento arancione di una demi godet. Gli anni passati china sui libri con il peso di culture che non mi appartengono per nascita sulle spalle e quelli che invece mi sono goduta con il naso all’insù alla scoperta di qualche meraviglia d’Europa. Un libro che si apre e che resta aperto. La lucina rossa intermittente di una videocamera. Le lettere maiuscole che aprono i nomi delle persone più importanti della mia vita, grandi e in grassetto. E alcune altre cose che conosco, che vivo, che alimento a cadenza quotidiana che, e vi chiedo perdono per questo, terrò accese solo dentro di me e che non scriverò qui. Perché sono mie o perché le condivido con qualcuno che amo e il pensiero di dirle ad alta voce, come tante cose belle e forse più di quelle brutte, un po’ fa paura. E si sa, pronunciare qualcosa da sostanza, il vapore diventa solido, le parole prendono forma, si divincolano dalle corde che le stringono, sciolgono i nodi e si liberano nell’aria, come bestie selvagge.

 

Queste parole sono mie, e non sono pronta a lasciarle andare. Questi frammenti curvi sono altrettanto miei, qui nelle mie mani. Ve li mostro, osservateli bene, magari saprete darmi un’immagine che io non sono ancora stata in grado di cogliere. Presi singolarmente, uno per uno, li comprendo – ma se poi non so metterli insieme? Ho tante cianfrusaglie rinchiuse nei miei cassetti, tanti ricordi che tengo stretti, esperienze che mi hanno resa la donna che sono, pezzi di carta su cui ho scribacchiato pensieri sfusi con una penna dall’inchiostro nero, emozioni che ho provato e che custodisco come tesori preziosi, attimi più o meno importanti fermi immobili in un’istantanea. Ho parole, immagini, lettere e canzoni che parlano di me, con me e attraverso di me. Ho frammenti di vissuto che mi spingono in cento direzioni diverse, altri che mi fanno indugiare anche solo sul primo passo da prendere e altri ancora che invece cercano di trascinarmi indietro. Ho errori nei quali non voglio ricadere, ma che sembrano sempre pronti a nascondermi una trappola sotto uno strato di foglie sperando che non la veda e che io, a volte con più prontezza, a volte con grande ingenuità, cerco il più possibile di evitare.

 

Tutto questo, un po’ per volta, acquista senso. Tutto questo, nel silenzio di un solitario pomeriggio d’autunno sembra immenso. Tutto questo, al di là di qualsiasi paura che io possa avere, più tardi che mai, lo so, mi rivelerà dove andare, quale sarà la destinazione che mi permetterà di raccogliere questi pezzi, di metterli insieme e ricavarne fuori qualcosa di bello, qualcosa di buono, qualcosa che farà del bene. Probabilmente non sarà ciò che mi aspetto, probabilmente non riuscirò a incastrarli tutti, probabilmente qualcuno sarò costretta, a malincuore, a lasciarlo andare, ma ad aspettarmi ci sarà qualcosa che avrò costruito io, qualcosa di davvero mio. Alla fine, una persona saggia mi ha spesso ripetuto, è importante il viaggio e non la destinazione. Alla fine, se apri il tuo cuore all’ascolto saprai qual è la tua strada. Non serve che tu sappia tutto adesso, alla fine quel che conta è che tu sia felice.

 

Ora riguardo quei piccoli pezzi di vetro, li osservo col sorriso. A volte, se lo faccio davvero attentamente, riesco a vedere qualcosa che prima non ero stata in grado di cogliere. Dura un attimo, ma è lì, l’ho visto e prima o poi so che lo vedrò di nuovo. Non ho smesso di cercare l’incastro giusto, provo a evitare di spingere con forza i pezzi gli uni contro gli altri, di farli combaciare con violenza. Spesso, invece, li lascio liberi di esistere da soli. Un

equilibrio delicatissimo questo, perché in movimento e come tale deve essere aggiustato di frequente, con pazienza. Bisogna rimboccarsi le maniche e rimettersi in sesto, trovare un baricentro che funzioni e che ci tenga dritti, che ci lasci respirare senza sentirci troppo affannati. Bisogna farlo quotidianamente, giorno dopo giorno, senza abbattersi ad ogni caduta, ma gioendo delle volte in cui ci si riesce invece a rialzare e della spinta che ci diamo nel farlo. Bisogna permettersi di avere paura, di essere sconfortati e affranti, ma anche di farsi aiutare dalle persone che ci vogliono bene, quelle che ci conoscono e che sanno che balsamo darci per mitigare il pizzicore delle nostre debolezze. Bisogna mettere un piede davanti all’altro e continuare a camminare.

 

 

 

 

 

 

 

Le cronache di un cuore sui binari

Sono su un treno diretto a Ferrara, lo stesso che ho preso per anni e che continuo a prendere tutti i giorni. Ogni mattina mi guardo intorno e non è la prima volta che mi domando quand’è che, quando lo facciamo, vediamo davvero qualcosa. Più precisamente: quante volte abbiamo guardato una persona e l’abbiamo vista per davvero? E poi ancora: se nessuno ti vede, esisti veramente? 

Guardare qualcuno è diverso da guardare qualcuno. Quand’è che ci soffermiamo a osservare per davvero una persona, cercando di decifrare chi sia, cosa faccia, dove è diretta? Se qualcuno cattura il mio sguardo, a volte mi pongo delle domande. Sei felice?, è una di queste. Qual è una cosa stramba di te che non hai mai detto a nessuno? Hai abbastanza soldi per permetterti un pasto caldo? E dei sogni? Dei sogni ce li hai? 

Mi accorgo che le persone attorno a me, anche loro in attesa su questo binario, hanno le spalle ricurve e la testa spinta verso il basso. Alcuni guardano lo schermo del telefono, altri si guardano i piedi. Hanno lo sguardo perso, sia chi scorre il dito tra un post e l’altro, sia chi si scruta la punta delle scarpe. E allora mi chiedo: chi ha più paura? Chi ha più pensieri? Quello che li nasconde, si nasconde, in un momento di libertà digitale, perso tra un social e l’altro, o chi li accoglie e li focalizza tutti verso l’ombra delle sue sneakers? Forse nessuno dei due, forse mi sbaglio, forse mi faccio troppe domande e quella che pensa più dei tre sono io. Perchè quando osservo loro, penso, nell’immagine ci sono anche io: sono qui su questo binario come tutti gli altri, forse persino oggetto degli sguardi altrui come loro lo sono dei miei, e forse non me ne accorgo come non se ne accorgono loro.

Quand’è che abbiamo smesso di guardarci intorno per davvero? A volte quando cammino per le stesse strade che ho percorso mille volte – con gli stessi negozi, gli stessi bar e gli stessi alberi sui viali – mi rendo conto che mi sbaglio, che non sono le stesse cose che ho sempre visto, ma sono invece diverse ogni giorno, anche se non lo sembrano. È diversa la luce, la temperatura, il momento della giornata. Sono diverse le persone sedute ai tavoli, quelle che comprano il pane, quelle che fanno girare i pedali di una bicicletta. Sono diversi i colori, l’odore del vento, i rumori. Sono diversa io, più di tutto: il mio umore, i miei pensieri, le mie esperienze, la mia salute. E quindi, mi dico, non vediamo mai la stessa cosa due volte, un po’ come non è possibile leggere due volte lo stesso libro. Perció vale la pena di guardarsi intorno, e cercare di vedere per davvero. Di soffermarsi, di indagare, di interiorizzare, di rielaborare, di riflettere. 

E perchè con le persone dovrebbe essere diverso? Perchè non chiedersi se sono felici, che cosa ne è della loro vita, dove stanno andando, se hanno un lavoro, quando è stata l’ultima volta che hanno ricevuto una carezza o un gesto gentile? Perchè non lasciarsi sfiorare dall’individualità dell’altro? Dal suo sguardo, dal libro che sta leggendo, dalla sua postura, dalle sue mani. Perchè non lasciarsi sfiorare e basta, semplicemente. Quand’è che abbiamo smesso di cercare i dettagli e ci siamo ritrovati a confonderli con tutto il resto? Quand’è che abbiamo smesso di farci domande? Quand’è stata l’ultima volta che non abbiamo incominciato una frase con “io”? Dov’è finita l’empatia? E la ricerca della bellezza? Quella vera, quella che si nasconde nel cuore delle persone, quella che si vede nei gesti semplici. Come quando una ragazza si scosta una ciocca di capelli dietro l’orecchio, o quando le dita nodose di un anziano si aggrappano a un bastone per sostenersi, o quando gli occhi di un ragazzino si illuminano alla vista di un cono gelato che sgocciola. Quando una madre raccoglie da terra il suo bambino e gli lascia un bacio sul ginocchio sbucciato, quando una coppia trova l’uno la mano dell’altra e la stringe forte, quando in chiesa suonano le campane per invitare i fedeli ad assistere alla funzione domenicale. E poi ancora il silenzio al cinema mentre si guarda un film, interrotto solamente dal rumore dei pop corn burrosi sgranocchiati. E le orecchie che si tappano quando decolla un aereo. E le foglie degli alberi che frusciano nel vento. L’odore del pane fresco, lo sguardo dolce della persona che si ama, la vista di San Luca che fa pensare a ogni singolo bolognese “ecco, sono finalmente a casa”. Quando diciamo “grazie”, “scusa”, “ti voglio bene”. Quando ascoltiamo, ci apriamo, ci mettiamo in gioco. Quando facciamo qualcosa per il gusto di farlo, quando decidiamo di donare nell’unico modo possibile, ovvero gratuitamente e senza chiedere nulla in cambio. Quando ci priviamo di qualcosa perchè ne ha più bisogno qualcun altro. Quando rompiamo il silenzio e quando invece non lo temiamo. Quando mostriamo rispetto al più grande e al più piccolo, perchè lo riconosciamo come nostro simile. Quando amiamo senza riserve. Quando amiamo e basta.

Quand’è che abbiamo perso di vista le cose che contano per davvero?

Le braci di Sàndor Màrai // recensione

Non credi anche tu che il significato della vita sia semplicemente la passione che un giorno invade il nostro cuore, la nostra anima e il nostro corpo e che,  qualunque cosa accada, continua a bruciare in eterno, fino alla morte? E non credi che non saremo vissuti invato, poiché abbiamo provato questa passione? E a questo punto mi chiedo: la passione è veramente così profonda, così malvagia, così grandiosa, così inumana? Non può essere che non si rivolga affatto a una persona precisa, ma soltanto al desiderio in sé? Questa è la domanda. Oppure, nonostante tutto, si rivolge a una persona che può essere indifferentemente buona o cattiva, senza che l’intensità del nostro sentimento dipenda in alcun modo dalle sue azioni e dalle sue qualità?

In un castello ai piedi dei Carpazi un vecchio Generale si prepara a ricevere un ospite importante, un uomo che è stato uno dei suoi amici più cari, se non il più caro. Sono passati quarant’anni dall’ultima volta che si sono visti, chi in Estremo Oriente e chi senza mai muoversi dalla sua proprietà,  ma è giunto ormai il momento di rincontrarsi e di combattere finalmente una battaglia senz’armi alla riscoperta di un segreto che hanno taciuto per troppo tempo.

La loro è una resa dei conti fatta di accuse ed evasioni, un sanguinoso conflitto di ricordi e di parole che si rivela nell’evocazione di un passato straziante che riesce però comunque a lanciare uno sguardo malinconico al presente, a un tempo che ormai ha solo gli ultimi spiccioli da offrire.

In una proposta di dialogo che però si trasforma poi in un monologo, Henrik e Konrad si confrontano e danno vita a un intricato racconto fatto di passioni, rimorsi, domande, legami e questioni in sospeso. Compagni di una vita e da una vita, anche nel distacco più totale, i due amici ritrovano la connessione di un tempo: sebbene le loro vite siano sempre state estremamente differenti dalle radici fino ai più piccoli particolari, c’è un filo che li lega, indistruttibile, che negli anni è stato tirato, si è aggrovigliato e consumato, ma non ha mai ceduto alle pressioni. Ed’ è proprio questo che li ha riportati al punto di partenza, spinti quasi un’urgenza mistica, per chiarire e chiarirsi in un malinconico simposio.

Ci si immagina che l’amicizia costituisca un servizio. L’amico, così come l’innamorato, non si aspetta di vedere ricompensati i suoi sentimenti. Non esige contropartite per i suoi servizi, non considera la persona eletta come una creatura fantastica, conosce i suoi difetti e l’accetta così com’è, con tutto ciò che ne consegue. Questo sarebbe l’ideale. E in effetti: vale forse la pena di vivere, di essere uomini, senza un ideale come questo?

Il romanzo si apre e procede con un forte senso di smarrimento mentre sediamo anche noi, spettatori invisibili e silenziosi, alla tavola del Generale. Con l’intenso gusto delle vivande e dei vini che accarezza i nostri palati e gli occhi che si abituano alla luce fioca delle candele azzurre, ascoltiamo la voce di Henrik che racconta di una storia lontana, a tratti avvilente e a tratti patetica, che il lettore percepisce con un certo distacco, ma senza riuscire ad alzarsi da tavola, a chiudere il libro senza aver letto il finale.

Nonostante il suo sia un canto monodico, il Generale non evoca solamente il suo passato e la sua persona, il suo infatti non è un racconto a una corda sola, ma richiama anche l’amico Konrad che risuona forte e chiaro tra una nota e l’altra. Il lettore è quindi chiamato a leggere tra le righe e a scoprire, riscoprendosi anche, il vivido intreccio delle loro esistenze.

Questa dilatazione temporale, questo incontro che diventa scontro, indaga sull’amicizia, sulla solitudine, sulla rivincita, sull’ostinazione, sull’orgolio, sulla dignità, sulla presunzione, sulla perdita, sulla disillusione. E’ una lunga sinfonia di disincanti e memorie che prima procede veloce, poi rallenta, incalza il ritmo, poi lo diminuisce improvvisamente. Dialogo e silenzio, parole e pause.

Ci sono domande che conoscono già fin troppo bene le risposta, altre che non la trovano neanche là dove è nascosta. Ci sono amori e tradimenti che non conoscono e che non conosceranno mai i come e i perché. Ci sono ossessioni che non si spengono e braci che continuano a bruciare anche quando ormai sono diventate cenere. E c’è la sofferenza di chi racconta che rimane imprigionata in un ricordo che non da spiegazioni, in una solitudine che continua ad ardere.

Un racconto miseramente trionfale di un’introspezione fallimentare, di un’indagine folle che disvela in maniera davvero brillante le più grandi passioni umane che, nel bene e nel male, maturano e proliferano anche quando il corpo e la mente sono ormai sul punto di marcire. Un incontro non banale, uno scontro a uno, un dialogo e un non-ascolto che, creando un mondo di contrasti e incastri,  porta alla luce un’interessante e attuale analisi del sé. Appassionante e unico.

Come se nascondesse qualcosa, nelle ossa, nel sangue, nella carne, il mistero del tempo e della vita, qualcosa che non si può comunicare agli altri e non si può tradurre in una lingua diversa: un segreto che le parole non sono in grado di sostenere.

 

 

Emotività, tienimi stretta

Nel corso della mia vita da lettrice (e dei lunghi, procrastinanti, pomeriggi passati su Tumblr – perché insomma, vanno considerati anche quelli) sono incappata in tante citazioni, ma mai nessuna mi ha parlato in maniera così forte come quella che leggete nella foto qui accanto. “E’ una benedizione, ma anche una maledizione sentire tutto così profondamente”, sì, direi che mi descrive perfettamente.

Avete presente quando guardate un film (o ultimamente nel mio caso, una puntata di This Is Us) e vi ritrovate a piangere da un momento all’altro (o meglio, almeno uno su due) perché vi sentite dentro la storia? O quando un vostro amico vi porta un dolce, un regalo inaspettato, vi offre il caffè o ha per voi una parola gentile e in quel momento vi sentite commossi da quel piccolo gesto perché è stato dedicato a voi, perché hanno pensato a voi? O quando qualcuno condivide il proprio dolore e non si riesce, ma mai nella vita, a restare indifferenti perché quello che è mio è  tuo e quel che è tuo è mio, anche se non ti conosco? Vi lasciate coinvolgere, vi lasciate prendere, vi lasciate e basta. Il vostro – e nostro – è un abbandonarsi alla vita, altrui e non, e fare di ogni esperienza qualcosa di più grande, qualcosa che non solo tocca, ma lascia anche il segno.

Questa ragazzi miei è l’emotività, questo è lasciarsi sfiorare. E’ una capacità meravigliosa, un dono unico. Però, e ammettiamolo tutti in coro, è anche una grandissima gatta da pelare. Chi appartiene a questa categoria, chi è come me, capirà. Oh se capirà! Perché come ogni cosa bella, non c’è solo il lato della medaglia di cui si va fieri perché è d’oro, risplende, ma c’è anche quello incrostato di sporco che vogliamo nascondere alla vi(s)ta. L’emotività, purtroppo, è anche questo. E’ prestare troppa attenzione e quindi riconoscere subito quando gli altri non ne prestano a sufficienza, quando lo sforzo non lo fanno neanche. E’ sentire tutto troppo forte, nel bello, ma anche e soprattutto nel brutto. E’ essere colpiti da vere e proprie raffiche di sentimento che non si risparmiano, non chiedono il permesso e arrivano sempre senza preavviso, pungenti e amare, per poi rimanere lì a sobbollire con calma, a marcire testarde. E’ diventare un contenitore capiente, ma fragile, che raccoglie in sé tanto fino a scoppiare, e quando il contenuto trabocca è un bel problema.

E io lo ammetto con assoluta franchezza: a me personalmente un po’ pesa. Certo, è vero, mi ha regalato tanti momenti meravigliosi, infiniti davvero, ma purtroppo anche tantissime sofferenze. In quei momenti vorrei non averla al mio fianco, vorrei vederla scomparire, evaporare. Vorrei non soffrire sempre così tanto quando le cose vanno storte, quando sbordano un po’ dai miei schemi. Vorrei non rimanerci così male quando una persona che amo mi delude, anche se talvolta si tratta solo di una sciocchezza, minuscola. Vorrei essere libera da questi sentimenti che ogni tanto stringono un po’ troppo, fanno piangere un po’ troppo. E più di tutto forse, vorrei non dare sempre così tanta importanza a tutto, anche alle cose più piccole, che forse sono addirittura quelle che fanno più male, perché sembrano così grandi quando le vivi, enormi, inaffrontabili.

L’emotività ingigantisce un po’ tutto insomma e, peggio, non ti permette di vedere.“Tieni”, ti dice, “indossa questo bel paio di occhiali.” Il suo è un invito innocente e tu non puoi fare a meno di assecondarla, ed ecco che attraverso quelle lenti tutto diventa più grande. “Questa è proprio una tragedia”, pensi, “come farò a venirne fuori?” Ma alla fine poi ti salvi lo stesso, perché a mente lucida le cose non sono mai così gravi come sembrano. Però lo sono sembrate e, anche se solo per un momento, lungo o corto che sia, hanno fatto male.

In tutto questo male però, come già vi dicevo, c’è anche del bene. E’ una relazione bilaterale la loro, non c’è uno senza l’altro. E quindi ora se ci penso non mi vengono in mente solo tutti i pianti (e vi assicuro che ce ne sono stati tanti e che ce ne saranno altrettanti nel corso di una vita. Da record mondiale, insomma), ma anche tutte le cose belle. E volete sapere una cosa? Per ora stanno vincendo loro. E di quel po’, anche.

Penso alla naturalezza con cui mi lascio affascinare dal mondo, anche dal più piccolo dei suoi dettagli, al modo in cui mi fermo a osservare la natura, le persone, le parole, gioendo di ogni loro sfumatura. Penso alla bellezza che vedo in tutto, allo stupore che provo anche per la cosa più banale e a come la trasformo in qualcosa di unico e prezioso. Penso alle emozioni che vibrano dentro di me e che mi sussurrano cosa dipingere, che melodia canticchiare o in che modo muovere il mio corpo quando inizio a ballare. Penso all’infinito amore che c’è dentro di me, sempre, anche quando sto male, anche quando sono scoraggiata, ferita, delusa perché dietro all’angolo so che c’è sempre, sempre, sempre qualcosa di bello, anche se invisibile in quel momento.

Mi ricordo di tutte quelle volte che mi sono ritrovata a confortare un’amica e che ho trovato subito le parole giuste, perché erano già lì, dentro di me. Il mio cuore già sapeva ciò che aveva bisogno di sentirsi dire, perché anche io sentivo lo stesso, anche io ero con lei in quel sentimento che non poteva più essere solo suo, ma che per un istante è diventato anche mio. Mi ricordo di come io riesca a mettere sempre tutti a loro agio fin dal primo momento in cui mi conoscono perché mi apro subito, perché so quanto possa essere difficile parlare con qualcuno di nuovo, qualcuno che non sai se ti voglia ascoltare o no, e quindi io lo faccio sempre, con interesse sincero, perché ci tengo davvero. Mi ricordo anche degli sguardi sorpresi dei miei amici quando gli presto l’attenzione di cui hanno bisogno, che sia con un piccolo regalo o anche solo con un gesto affettuoso, perché amico mio io ti ascolto, ti vedo, ti leggo, so di cosa hai bisogno e te lo voglio dare perché ho dentro di me un amore talmente grande che non posso fare altro che spartirlo. Mi ricordo di ogni mio gesto gentile, di ogni sacrificio, di tutte le volte che ho rinunciato a qualcosa per me per darla a un altro perché so cosa si prova. So cosa si prova a non essere ascoltati, capiti, aiutati. Lo so perché l’ho vissuto anche io e quindi ora lo rivedo negli altri, in te e in voi. E poco importa se sei una persona che conosco appena, un familiare o l’amore della mia vita, io ti voglio aiutare.

Ed è in questo che la sensibilità che mi ritrovo diventa quasi come un superpotere. Non è solo poter fare qualcosa di bello, ma anche riuscire a trasformare il brutto, il marcio, in qualcosa di positivo, in qualcosa che può diventare dono per sé stessi e per gli altri

Io sono quel tipo di persona che gioisce più del bene fatto agli altri che per quello che faccio a me stessa. Perciò cara emotività io ti tengo stretta, perché se al prezzo di qualche lacrima (okay, tante, okay, troppe. Ma va bene così) posso fare del bene, se posso trasformarle in bene, allora ne vale la pena. 

Se si sfiora il punto più basso, vuol dire che dall’altra parte ad attenderci c’è anche il picco più alto e prima o poi si arriverà anche a quello. E sarà bellissimo.