Il dono della solitudine

Sei da sola?

Questa è la domanda che ti fanno, solitamente accompagnata da uno sguardo dispiaciuto, quasi imbarazzato, quando vai da qualche parte da sola. Ci sono alcuni luoghi infatti – ristorante, cinema. Giusto un esempio o due – dove non è socialmente comune presentarsi en solitaire. Un pasto infatti si condivide, un film si guarda insieme.

Ecco, a questo proposito vi propongo la foto qui accanto, il reperto A così come mi piace chiamarlo, che ho scattato qualche ora fa mentre pranzavo in uno dei miei ristoranti cinesi preferiti, rigorosamente da sola. Eravamo io, penna e quaderno dove ho iniziato a scrivere questo articolo e un piatto di alghe wakame. 

Avevo voglia di sushi (e mi capita fin troppo spesso, ma questa è un’altra storia), quindi ho preso la mia macchinetta da caffè (è così che chiamo la mia macchina, è bizzaro lo so, procediamo oltre) e sono andata. Non senza ripensamenti, lo ammetto, non senza la tentazione di fare inversione e tornare dritta a casa, ammetto anche questo, perché chi me lo fa fare di andare a mangiare da sola un freddo venerdì di Novembre? Ma le ciotoline di tartare al salmone, il temaki, l’uramaki spicy salmon, la tempura croccante di gamberi… Insomma, ha vinto lo stomaco. 

Però mentre mi riempivo le guance di riso e pesce crudo (in un chiaro istinto di sopravvivenza per resistere all’imminente arrivo dell’inverno, Ned Stark, who?) mi è sorta spontanea una domanda: come mai tutta questa insicurezza? E perché l’idea di un pasto solitario mi ha spinto più volte a tirare il freno a mano?

Avete mai pensato a quanto spesso rinunciamo a tante occasioni, voglie e desideri perché non abbiamo nessuno al nostro fianco, nessuno da portare con  noi? Sentiamo il bisogno di essere accompagnati, e quando non lo siamo è quasi come se mancasse un tassello fondamentale. Se non c’è nessuno dall’altra parte del tavolo su cui alzare lo sguardo per commentare la bontà del piatto o se nella sala buia mentre ci voltiamo per sussurrare cose come “questo è storicamente inaccurato” o “Chris Hemsworth lo preferivo coi capelli lunghi” risponde solo una poltrona vuota, allora questo in che modo trasforma la nostra esperienza? E’ chiaro che condividerla la rende ancora più bella, inutile negarlo, però spesso ci dimentichiamo che nell’equazione ci siamo anche noi.

Infatti se togliamo uno, 1+1 non fa più due, ma quel due perde la spinta del primo uno, forza motrice, e quindi il risultato qual è? E’ un’opportunità mancata, una possibilità che si sgretola, si spegne, si perde perché meglio di no dai, sai poi che noia fare le cose da solo, solo io? Io e nessun altro? Io, la mia testa e i miei pensieri?

Da una parte comprendo questi dubbi, li comprendo fin troppo bene, dall’altra però mi ricordo di tutte quelle volte che li ho messi da parte e mi sono regalata una prospettiva diversa, una prospettiva dove potevo fare tutto, dovevo soltanto sceglierlo. Quando sono andata al cinema a vedere Arrival o Sette minuti dopo la mezzanotte con non uno, ma ben due enormi sacchetti di popcorn, quelle innumerevoli volte in cui ho preso un autobus e sono diventata turista per caso di quella stessa città che pensavo di conoscere come le mie tasche, quando sono saltata su un aereo per Parigi con un valigia piena di vestiti e un’altra piena di paure, ma anche di speranze c’ero solo io. Un’incogninta, un punto interrogativo, un’equazione che si inizia a risolvere senza aver ancora capito se sia una somma o una differenza. Il risultato però, vi dirò, è sorprendente.

Quante cose infatti si imparano facendole da soli. Un po’ perché non c’è nessuno ad aiutarci, un po’ perché si è costretti, un po’ perché si vuole vincere quella sfida che ci si è imposti e un po’ anche perché è naturale. Alla fine dei conti, l’unica persona con cui siamo sicuri di passare il resto della nostra vita siamo proprio noi, l’unica compagnia che sarà per sempre – per forza – è la nostra. Ed è una relazione indubbiamente complicata, piena di scontri, intrecci, vicoli (e vincoli) senza uscita, testate sul muro, accanimenti e delusioni, però è anche piena di sorprese, come momenti di riflessione come questo che, per quanto possano sembrare difficili, nel lungo termine fanno dei frutti bellissimi.

Quindi in questo pezzo di sushi che sto per addentare rivedo anche la gioia di uscire dal cinema con le dita ancora unte del burro dei popcorn dopo aver visto un film meraviglioso, rivedo tutti i cieli che ho osservato con due occhi grandi così e il naso rivolto all’insù, le ore perse ad ammirare gli affreschi di tutte quelle chiese che ho scoperto per caso e il sapore intenso del caffé che mi sono gustata in quei pomeriggi che ticchettavano di pioggia. E rivedo anche ogni singolo passo che ho fatto a Parigi, che è stata forse la mia paura, ma anche il mio traguardo più grande. E in tutto questo l’unica variabile che è rimasta sempre la stessa ero io, sola

Ora, l’ho già detto e lo ripeto col cuore: insieme è meglio. Però vi dico anche questo, e con altrettanto cuore: da sola è comunque abbastanza, a volte anche troppo.

Non stancarti di andare di Teresa Radice e Stefano Turconi // recensione

Non abbiate paura delle vostre paure: averne è normale. Cercate solo di non permettere che quelle cambino ciò che siete davvero. E lasciatevi aiutare, se ne avete bisogno: chiedere aiuto è permettere a qualcuno di rendersi utile, di fare una cosa buona. E chiedere scusa è un modo per dire: ci tengo a te, restiamo in cordata! Trovate il coraggio, se serve: non è da deboli, è da gente perbene. E’ una cosa da belle persone. […]

Siate luce. Non stancatevi di andare. E farete di terra arida un giardino.

In questo momento vi scrivo col cuore in mano e il viso umido, perchè ho appena terminato la lettura della nuova graphic novel – nuova perla, riscoperta e cammino – di Teresa Radice e Stefano Turconi, Non stancarti di andare. Li ho scoperti grazie al Porto Proibito, mi sono innamorata di loro già dalla prima pagina e da allora non ho più smesso di sfogliarli. Dopo il Porto, la storia di Abel, ho trovato Viola, cittadina del mondo, e adesso sono approdata qui, su una storia che non è solo di Iris e Ismael, ma anche di te e di me, del mondo intero. 

Non stancarti di andare infatti parla di tutti noi, è un ritaglio di giornale, una finestra aperta sul nostro quotidiano, sull’urgenza di condividere una situazione che non solo ci circonda, ma ci appartiene, perché il mondo è di tutti e il suo peso va portato insieme

E infatti questa è una storia di comunione, condivisione, incontri, scoperte e riscoperte, attese, inizi, arrivi. Ma soprattutto di vita e amore. Perché, come dice giustamente Teresa in una delle sue meravigliose lettere di cui il volume è cosparso, “credo che siamo qui per vivere l’interezza del possibile e che l’ieri non c’è più, se non come briciola di lievito per il pane di oggi e la pienezza di domani. E da tutto questo una cosa ho capito, sai? Una soltanto: la vita e l’amore sono le più forti di tutte le forze del mondo.

Una cosa che mi ha sempre colpito molto della poetica dei due autori è che il loro operato non rimane incollato alla carta, non si limita a raccontare una storia che si conclude una volta girata l’ultima pagina, ma si aggrappa al lettore con forza, si sbraccia per farsi notare, per dire, ricordare, risvegliare e non solo per raccontare. La loro è una narrazione pungente, ricca e indimenticabile che rende partecipi, trasforma in pietre vive, portatrici di un messaggio che va interiorizzato, vissuto e condiviso. Sono storie che parlano a voce alta, che colpiscono, sconvolgono perché parlano di noi: noi, che siamo fragili, ma che nella nostra umanità troviamo anche quella forza invincibile. Noi, creature piene di amore e possibilità. Noi, diversi ma in comunione con gli altri e col mondo.

E tutto questo si sente in maniera ancora più forte in Non stancarti di andare, che è un sorprendente insieme di contrasti e di incastri, perché è un grido di allarme, ma anche un grido alla vita. E’ una vivida rappresentazione di ciò che siamo, o meglio, di chi ci siamo scordati di essere. E’ un inno a tutto quello che possiamo e dobbiamo ritrovare, alla pienezza, alla gentilezza, all’umanità.

E’ una storia che mi è sembrato di vivere in prima persona, perché se c’è una cosa bella di Teresa e Stefano è che rappresentano un po’ tutti: nelle loro storie includono tante personalità fatte di rimpianti, attese, bellezza, sfortune, doni. Vite ruvide al tatto che si intrecciano, si scontrano, si ritrovano e si riscoprono, vite che parlano di te e di me, che sono echi di qualcosa che conosciamo e viviamo ogni giorno.

E quindi la storia di Iris e Ismail – che non appartiene solo a loro, ma è anche di Clementina, di Maite, di Padre Saul, di zia Tiz, di Malik, mia, tua, nostra – mi ha commosso come solo i racconti migliori sanno fare, ovvero con quella delicatezza che sì, colpisce forte al cuore, ma che poi rimane dentro come lucciola, a illuminare una strada nuova che si sente di dover percorrere perché si è diversi in qualche modo, mutati. Le storie migliori infatti fanno proprio così: ti risvegliano, ti cambiano, ti riempono di punti interrogativi, ti spronano, ti ispirano, ti prendono per mano e ti guidano su percorsi tutti nuovi. E questo è il dono più bello di tutti.

E tu prometti che non ci lasceremo abbattere dalle difficoltà, ma faremo fronte comune… e saremo uno la forza dell’altro? Prometti che le cose che ci uniscono saranno sempre più di quelle che ci dividono… e che ci batteremo fino alla fine per camminare fianco a fianco, amarci e amare insieme altre cose?

 

Quando l’amore invade la carta

Being deeply loved by someone gives you strength, while loving someone deeply gives you courage. – Lao Tzu
Lo confesso, sono sempre stata una grande romanticona. Le mie parole chiave sono infatti emotività e piantino facile. Non lo faccio apposta, sia chiaro, e anche se trovo che la sensibilità sia un attributo meraviglioso ogni tanto ne darei un po’ via, ne ho davvero troppa che potrei spartire. Sta di fatto che questa mia capacità di lasciarmi sfiorare da tutto e da tutti – capacità che spero di condividere anche con qualcuno di voi – mi permette non solo di immergermi profondamente nei romanzi che leggo, ma anche di appassionarmi a tutte le storie che riescono a emozionarmi (non che ci voglia poi così tanto, comunque) e perciò è di questo che vorrei parlarvi oggi, di storie d’amore.
Però attenzione, non di quelle storie d’amore. Quelle dove le persone si innamorano, si disperano, si perdono, si ritrovano. Sì insomma, avete capito. Ecco no, io di quelle non ho intenzione  di dirvi niente perché per quanto apprezzi una buona storia di questo tipo, forse preferisco di gran lunga leggere di tutte le altre sfumature del sentimento. L’amore è un vasto terreno da esplorare, perché ridursi solo a quello tra due innamorati e non spaziare, andare un po’ più oltre? Quindi, ecco a voi alcune delle mie storie d’amore “non convenzionali” preferite.

Self love, amore per sé stessi

Graceling di Kristin Cashore

Inizio con una citazione tratta dalla recensione che ho scritto di questo libro nel lontano 2015 su Goodreads – se volete leggerla per intero la trovate qui – e che secondo me delinea benissimo ancora adesso il motivo per cui amo tantissimo questa storia:

Katje è una delle protagoniste, e dei personaggi, che adoro di più in assoluto. E’ forte, determinata e non si fa mettere i piedi in testa da nessuno. Ho adorato il fatto che metterebbe da parte tutto, anche le cose che la renderebbero sicuramente felice, pur di non rinunciare alla sua libertà, alle sue convinzioni e al rispetto che ha di sè stessa. La trovo una scelta molto coraggiosa e mi sembra proprio quel tipo di personaggio da cui trarrei esempio

Il mio pensiero non è cambiato a distanza di anni, anzi, il mio affetto e il mio rispetto nei confronti del main character del romanzo di Kristin Cashore sono accresciuti e mi capita spesso di affilare la lama per difenderla come eroina, perché non solo ha un coraggio da fare invidia, ma trovo anche che sia una buonissima fonte d’ispirazione. Forte, ambiziosa, risoluta, questa è Katje. 

E’ una donna che ha una grande grande consapevolezza di sè, sa ciò che vuole e come ottenerlo e non permette mai a nessuno di ostacolarla. Non segue ordini, non si fa bacchettare e se qualcosa non le sta bene non ha problemi a girare i tacchi, anche quando si tratta del potenziale amore della sua vita. E infatti è proprio questo che succede, ve lo anticipo, Katje si innamora ma non è disposta a rinunciare a tutto ciò in cui ha sempre creduto e a mettere in discussione la sua etica pur di stare con una persona, perché la sua integrità morale è più importante di qualsiasi altra cosa.

Ho quindi apprezzato moltissimo questo suo costante guardarsi dentro e il mettersi continuamente in discussione, sono qualità che fanno di lei una delle eroine che stimo di più nella letteratura per ragazzi.  E comunque voi non temete, non vi ho spoilerato niente, questo è solo il punto di partenza di una storia che ha tanto in serbo per i suoi lettori.

Menzioni speciali: Danza sulla mia tomba di Aidan Chambers, Lo straordinario mondo di Ava Lavender di Leslye Walton e Una voce dal lago di Jennifer Donnelly.

Amore per la famiglia

A Monster Calls, Patrick Ness

Dovete sapere che Patrick Ness è uno dei miei autori preferiti e il mio amore per lui germoglia ad ogni suo scritto che leggo, perché non solo ha un modo unico e particolarissimo di creare le sue storie, ma riesce sempre ad appassionarmi pungendomi sul vivo, nei miei punti più deboli. E fidatevi, è bellissimo. A Monster Calls in particolare è uno dei miei libri preferiti, e lo sa bene mi chi segue da tempo sul canale perché ne parlo sempre, e non scherzo. 

Anche in questo caso, apro le danze con una citazione tratta da una recensione che ho scritto sempre nel 2015 – e che trovate qui – , che più che una recensione è un groviglio di emozioni:

Faccio davvero fatica a mettere giù qualche frase coerente per descrivere questo libro e ciò che mi ha fatto provare. E’ qualcosa di unico e raro, di una bellezza pungente, caustica e piena di chiaroscuri. Patrick Ness racconta un’incredibile storia che fonda le sue radici sul peso e sulla gravità della perdita e dell’afflizione, una storia che parla di un ragazzino – Conor – che deve avere a che fare con qualcosa di molto più grande di lui e dal quale non può più nascondersi. Più leggevo questo libro, più mi sentivo soffocare. Il groppo che avevo in gola si ingigantiva di pagina in pagina e, una volta raggiunta la fine, mi sono ritrovata in lacrime, sconvolta e sopraffatta da delle emozioni schiaccianti che non riuscivo a reprimere in alcun modo.

Non sarebbe giusto definire questo romanzo una storia familiare – perché è molto più di questo – tuttavia il rapporto che Conor ha con la madre è una parte fondamentale, se non l’evento scatenante di tutto ciò che è narrato in questo capolavoro della letteratura per ragazzi. Questa volta non vi anticiperò niente, perché non ce n’è bisogno, perché vi basta sapere che questa è una delle relazioni madre-figlio più strazianti, delicate e oneste che io abbia mai avuto l’onore di leggere in vita mia.

E una menzione speciale va anche al legame che Conor ha con la nonna, la madre di sua madre. Anche qui l’autore si è superato nel tratteggiare un rapporto che pianta le radici in un terreno instabile e che deve trovare forza e sostegno nell’incertezza e nella difficoltà, ma che risulta poi essere un prezioso dono di inaspettata gentilezza, e cuore.

Oh, quanto amo Patrick Ness.

Menzioni speciali: Melody di Sharon M. Draper, Il nido di Kenneth Oppel e Il Porto Proibito di Teresa Radice e Stefano Turconi.

Amore per gli amici

Di libri così, fortunatamente, potrei consigliarvene tantissimi, e tutti meravigliosi per i motivi più svariati. Ci sono la serie di Percy Jackson di Rick Riordan e La ragazza dei lupi di Katherine Rundell, dove un incontro casuale di persone diversissime tra loro si trasforma nella meravigliosa sorpresa di un’amicizia forte e duratura fatta di avventure e sfide. C’è Per l’amore basta un clic di Rainbow Rowell, dove siamo resi partecipi dell’esilarante scambio di mail tra due migliori amiche che hanno a che fare con la sfortuna, amori mancati oppure nuovi, salti nel vuoto e la quotidianità lavorativa. C’è Lumberjanes di Noelle Stevenson, una raccolta di fumetti che narrano le simpatiche vicende di un gruppo di buffissime ragazze scout, amiche per la pelle. E tanti, tanti altri.

 

E concludiamo in bellezza con una menzione non speciale, di più, di due libri che non solo amo molto, ma che racchiudono anche tutte le sfaccettature possibili dell’amore, approfondendo ogni nuance con una brillantezza stilistica e narrativa davvero sorprendente. Sto parlando di Release di Patrick Ness e di Storia di una ladra di libri di Markus Zusak.  Entrambi titoli validissimi, entrambi meravigliosi (specialmente quello di Zusak, è il mio libro preferito in assoluto), entrambi un ritratto realistico, sfaccettato e complesso di ciò che è l’amore in tutte le sue forme.

 

Quali sono invece le vostre storie d’amore preferite?

The strange and beautiful sorrows of a commuter

There’s something about the sound of a train that’s very romantic and nostalgic and hopeful. – Paul Simon

Una relazione complicatissima con Trenitalia, attese, levatacce, corse, ritardi, un dignitosissimo paio di occhiaie e un vasto ventaglio di imprecazioni, questa è la vita del pendolare.

E’ uno stile di vita, ma anche uno sport perché di corse se ne fanno sempre tante e non solo per raggiungere in tempo il binario prima che il treno parta.  Richiede non solo grossi sacrifici, ma anche scelte molto difficili: mi sveglio prima e faccio colazione a casa o mi concedo mezzora di sonno in più e mangio un Buondì un treno?

Sono anni che faccio avanti e indietro sulla tratta Bologna-Ferrara, che aspetto l’arrivo del treno come se fosse un miracolo, che controllo ossessivamente l’app di Trenitalia nella speranza che ci sia un ritardo perché non arriverò mai in stazione in tempo. Anni passati tra binari, annunci, biglietterie automatiche e treni che passano portando con sè grandi folate di vento quindi so di cosa parlo quando vi dico che è una vita difficile, ma  anche piena di soddisfazioni. Come tutte le cose infatti ci sono i suoi pro e i suoi contro, e oggi è proprio di questo che vorrei parlarvi perché si sa, ognuno scrive ciò che conosce meglio e chi più di me sa cosa significhi essere pendolare?

Ora, lo Sheldon Cooper che è in me preferisce andare per ordine quindi spero vi piacciano le liste (a me sì, un sacco) e partiamo dai contro, perché le cose belle per una volta possiamo tenercele per ultime. Iniziamo.

Contro

  1. Trenitalia, un dis-servizio, una non-garanzia: un ritardo dietro l’altro, treni che non arrivano, che si fermano per un’assurda quantità di tempo in mezzo al nulla, che non ripartono. Proprio oggi ho atteso più di un’ora (un’ora ragazzi, un’ora) che partisse il mio treno, senza un previo annuncio, senza un perché. Bene, ma non benissimo.
  2. Le attese al freddo: se c’è una cosa che dovete sapere di me è che sono sempre puntuale (e con puntuale intendo che arrivo sempre con almeno cinque minuti di anticipo, perché fondamentalmente sono un persona che ha dell’ansia. Se ne volete un po’ contattatemi, ne ho degli etti che mi avanzano) ed è anche una cosa alla quale tengo molto, ma fortunatamente sono anche una persona molto paziente, quindi non mi scoccia aspettare per un paio di minuti anche se spesso sono cinque, dieci, venti. Parliamoci chiaro però, a chi piace rimanere in attesa per lunghi periodi di tempo? Specialmente se il ritardatario non è un nostro amico, ma un insieme di vagoni vaporeggiante? Al freddo poi, che io soffro tantissimo. Un incubo.
  3. I sedili di Barbie:  è così che chiamo i seggiolini blu di un qualsiasi treno regionale, perché sono convinta che non siano stati fatti per delle persone vere, ma per delle bambole. Non si possono allargare i gomiti senza incrinare la costola del vicino, non ci si può alzare di scatto se non ci si vuole inzuccare contro il soffitto e per carità, che non si allunghino nemmeno le gambe, non provateci, non sognatevelo neanche, tanto lo spazio non c’è. 
  4. Il vicino fastidioso: ora, siate onesti, perché so che anche a voi è capitato almeno una volta nella vita – perché deve, è un po’ come un rito di passaggio – di sospirare con pesantezza, alzando per un attimo gli occhi al cielo e ponendovi la fatidica domanda, “ma doveva proprio sedersi accanto a me?” C’è quello che si è dimenticato di mettersi il deodorante, quello che non capisce il concetto di spazio vitale e quindi decide di prendersi anche il tuo, quello al telefono che parla come se dovesse fare un discorso importantissimo a una folla di mille persone senza megafono, quello che si mangia la peperonata alle otto di mattina, quello che non si rende conto che un paio di cuffie o un libro davanti al naso sono un chiaro invito a non disturbare e che prova a impezzarti (voce del verbo impezzare: attaccare bottone, provarci. Benvenuti in Emilia-Romagna, qui parliamo così), quello agitato che non riesce a star fermo e cerca di coinvolgerti nella sua samba e chi più ne ha più ne metta. 

Pro

  1. Guadagnarci in tempo: le interminabili ore passate ranicchiandosi sugli scomodi seggiolini del treno non vanno necessariamente perdute, ma possono invece essere sfruttare per le più svariate attività. E’ incredibile, infatti, quanta creatività risveglino questi viaggi obbligati, tant’è che le possibilità sono infinite. Non avete davvero idea di quante volte mi sono goduta la fine un libro che avevo in lettura da mesi, ma che non riuscivo a concludere perché non avevo mai nè il tempo nè le forze, di quanti pasti ho consumato mentre guardavo il paesaggio fuori dal finestrino e di quanti  compiti ho recuperato prima di una lezione. I più temerari possono anche approfittarne per farsi una meritatissima pennichella.
  2. La bellezza del paesaggio: il tragitto poco importa onestamente, l’alba e il tramonto sono spettacoli che si ammirano sempre con piacere. Da Bologna a Ferrara il viaggio non è poi così lungo, ma se mi capita di prendere il treno che si ferma in tutti quei paesini fuori dal mondo allora vi assicuro che il tempo inizia a scorrere come granelli di sabbia in una clessidra e sembra quasi una presa in giro, perché non è possibile che esista una località che si chiama Coronella e che qualcuno effettivamente ci abiti. Scherzi a parte, tutto questo importa relativamente poco quando ci sono dei bei colori in gioco, anzi in queste circostanze il tragitto sembra quasi troppo breve. Mi basta infatti vedere un cielo che albeggia per dimenticarmi che la sveglia è suonata alle sei di mattina e che mancano ancora mille fermate prima che arrivi la mia.
  3. Incontri inaspettati: ogni tanto capitano, non troppo spesso. Sono piccoli doni che bisogna saper cogliere e custodire, perché sono preziosissimi nella loro semplicità. Può essere un amico che non vedevi da una vita o un perfetto sconosciuto che cattura la tua attenzione per il libro che sta leggendo o la lingua che sta parlando, oppure semplicemente perché si condivide un momento semplice, una casualità o una sfortuna e ci si scambia quindi un mezzo sorriso sincero o leggermente esasperato per poi forse farlo seguire da un timido ciao. Mi ricordo ancora con grande affetto della coppia di coniugi di Boston alla quale ho deciso di rivolgere la parola perché incuriosita loro accento per poi ritrovarmi, con mia grande sorpresa, catapultata in una delle conversazioni più stimolanti della mia vita. Ecco, a volte i treni ti fanno doni come questo.
  4. Tornare a casa: non importa dove sei, come stai, che ora sia, com’è andata la tua giornata, quanto sei in ritardo o che tempo fa, quando ti lasci cadere sul seggiolino del treno, anche se è scomodo, anche se sei a pezzi, la consapevolezza che tra poco sarai a casa scioglie qualsiasi tensione. E’ una magra soddisfazione, ma di soddisfazione sempre si tratta.

C’è qualcuno tra di voi che, come me, passa la maggior parte del suo tempo su un treno?

Io e l’ispirazione: una relazione complicata fatta di incontri, colori e pennelli

Aria, cibo (specialmente i tortellini, e il sushi), acqua, sono tutte cose essenziali alla vita. Alla mia lista io poi aggiungo le persone che amo, fondamentali, le parole, pennelli e colori, musica e una vagonata di ispirazione.

E’ da un po’ che ci rifletto. Non solo alle cose alle quali non potrei e non vorrei mai rinunciare, ma anche a tutto ciò che riempe la mia vita, che la scalda, la ribalta, la riempe di germogli sempre nuovi. I libri, i miei preziosissimi acquerelli, la mia ricca playlist di Spotify (che ora risuona anche di quelle canzoni che ballo durante le mie lezioni di danza, e capitemi, hanno un suono decisamente diverso) hanno in sè un grandissimo potere, potere che sto cercando di comprendere a pieno. Una storia, un dipinto e una canzone si possono infatti condividere, non sono mica fatti per essere tenuti nascosti, e se ci si lascia sfiorare danno anche una gran spinta.  C’è da dire che le persone in questo sono meravigliose, perché portano con sè un po’ di tutto quello di cui stiamo parlando: parole, colori, note musicali e tanta ispirazione.

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Da quando ho ripreso a dipingere l’ispirazione, in particolare, è diventata essenziale. Voler riportare su carta ciò che si vede non solo è ambizioso, ma necessita anche di un’attenzione ben precisa: bisogna osservare attentamente il proprio circondario, guardarsi intorno alla ricerca di qualcosa che catturi lo sguardo, appuntare mentalmente ciò che si vede e interpretarlo poi coi propri occhi e colori. Ho imparato, quindi, che la pittura non inizia prendendo in mano un pennello, ma trovando dentro di sè un soggetto che abbiamo visto, scoperto, conosciuto e che vogliamo trasformare in linee, forme e macchie colorate. Certo, dipingere è emozione,  sensibilità e creatività, ma è anche un lasciarsi sfiorare, un’ispirazione che arriva dalle foglie, dal vento, dalla pioggia, da un bacio, da una casualità.

Imparare a vedere è il tirocinio più lungo in tutte le arti.” — Edmond Huot de Goncourt

 

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In un certo senso, lasciarsi ispirare è anche un grande rischio perché non sa mai quello che ne verrà fuori, ma è proprio in questo che si nasconde il fascino dell’arte.

Mi capita spesso di rigirarmi un pennello tra le dita e di inumidire i miei acquerelli solo per il gusto di sentirne l’odore per poi essere colpita da qualcosa di improvviso – un suono, un’immagine, un ricordo, una nota – e ritrovarmi a dipingere senza che l’avessi programmato, perché l’arte non ha bisogno di essere annunciata, arriva senza bussare, si sbraccia, conquista la tua attenzione e non puoi fare a meno di assecondarla.

E vi dirò, alcune delle mie opere migliori, se così posso chiamarle, sono nate dal caso, da attacchi come questo. L’ispirazione infatti è battagliera, sguaina la spada senza chiedere il permesso e si prende ciò che è suo di diritto: questi colori sono miei, dice, queste dita sono strette da fili collegati alle mie mani, io ti muovo, ti dirigo, ti spingo.

Ho una relazione complicata con lei, ogni tanto c’è, poi sparisce e mi sento persa, ma poi la sento tornare rombando e vengo travolta dal suo vortice. E così ogni giorno, mese, anno, sempre daccapo, sempre un’altra volta, o due, o tre, o l’ennesima. Per quanto fugace sia però, accolgo sempre col sorriso il suo ritorno perché senza non sarei in grado di guardare il mondo come lo guardo adesso.

Procrastinazione seriale: parliamo di serie tv

Television addiction is a proposed addiction model associated with maladaptive or compulsive behavior associated with watching television programming. (da Wikipedia)

Che tradotto vuol dire: se ti fai l’abbonamento a Netflix sei fottuto. 

Parliamoci chiaro: anche voi, come me, non solo siete grandi amanti delle serie tv, ma ne avete anche fatto uno stile di vita. Avete atteso con impazienza l’uscita dei sottotitoli aggiornando la pagina una quantità imbarazzante di volte, tenete continuamente d’occhio il vostro precisissimo calendario settimanale degli episodi da vedere o da recuperare, avete fatto una corsa ad ostacoli nel vano tentativo di evitare gli spoiler di Game of Thrones, avete scaricato sul telefono app come Tvshow Time e avete maratonato la prima stagione di Stranger Things come se fosse un unico film lungo otto ore. Se così non fosse mi dispiace dirvelo, ma non avete vissuto davvero.

Quale modo migliore di procrastinare se non guardando un episodio – o qualche, o tutti, o sei stagioni di fila, ma quando è successo poi, ma chissene frega, ma l’hanno rinnovato? – di una serie televisiva? Ecco, oggi vi parlo di quelle a cui dedico la mia procrastinazione più sincera.

Suonate le trombe, sventolate gli stendardi e nascondete i vostri server,  ecco a voi le serie tv che sto seguendo al momento.

  • Dancing with the stars

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Inizio col dire che non è colpa mia, io non volevo, è stata tutta opera di Alessia, mi hanno ingannata! Ormai però è troppo tardi, sono entrata nel tunnel di Dancing e ormai non ne esco più. Sono sempre stata una grandissima amante della danza, ma mai pensavo che mi sarei appassionata al ballo da sala. Se poi ci aggiungiamo le celebrità (soprattutto Frankie Muniz. Malcom in the Middle, QUEL Malcom, andiamo) e i fratelli Chmerkovskiy allora abbiamo l’accoppiata perfetta. Dancing with the Stars è il mio guilty pleasure, però senza guilty e con fin troppo pleasure. Questa stagione mi sta appassionando tantissimo e non vedo l’ora che escano i prossimi episodi.

Punti bonus: poterne parlare (forse sarebbe più corretto dire sclerare, but who cares?) con una delle persone che amo di più al mondo. Insomma, un bel bonus direi. Le cose sono ancora più belle se condivise dopotutto.

  • This Is Us

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Preparate fazzoletti, zattera e remi perché questa è una serie che vi farà piangere tutte le vostre lacrime. Io l’ho infatti soprannominata “la valle dei piantini” perché ogni episodio è una tragedia, ma in senso buono. Che poi è vero, okay, lo ammetto, piango un po’ per tutto (sono una persona sensibile, che ci posso fare?) però le lacrime che verso per This Is Us sono meritatissime, dalla prima all’ultima. E’ tutto meraviglioso – i personaggi, la storia, il copione, la recitazione – e non lo dico tanto per dire, giuro. 

Punti bonus: Milo Ventimiglia.

  • Once Upon A Time

thisisus_hero Caro ONCE,

sono una persona fedele, non ti ho mai abbandonato, ma mi hai deluso. In questi sei anni non solo non ti sei mai impegnato particolarmente, ma mi hai anche preso in giro con i tuoi buchi di trama, i personaggi che un attimo sembrano importanti ma che poi spariscono nel nulla e le maledizioni lanciate come coriandoli. Però io continuo a sperare in tuo miglioramento e nel frattempo mi godo il trash che sei diventato.

Punti bonus: Hook è sempre più bello.

  • How to Get Away With Murder

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Non ci sto più capendo niente, non sopporto più nessuno ma voglio assolutamente sapere come va a finire. (io, dopo ogni episodio)

Non importa cosa mi propina e propinerà Shonda Rhimes in questo inferno di telefilm, io continuerò a seguirlo. Sono infatti ancora sorprendentemente affezzionata ad Annalise Keating e ai suoi cuccioli nonostante tutti i tiri mancini. E’ una serie tv che è riuscita sempre a stupirmi e dove tutti i pezzi alla fine riescono sempre a combaciare perfettamente, quindi tanto di cappello e speriamo in un bel finale col botto.

Punti bonus: Women kicking asses.

  • The Good Place

thisisus_heroCongratulazioni, sei morto! Ti diamo il benvenuto nel “Good Place“, il luogo dove passerai l’eternità insieme alla tua anima gemella mangiando tutti gli yogurt gelato che vorrai. Peccato però che ci sia stato un errore, ma lo sai solo tu.

Questo è l’inizio della vita dopo la morte di Eleanor Shellstrop (Kristen Bell), la quale darà il via a una serie di bizzare vicende ai limiti dell’assurdo che riempono gli esilaranti episodi da venti minuti l’uno di The Good Place. Una serie tv forse un po’ banalotta, ma indubbiamente appassionante e che mi diverte un sacco. Questa seconda stagione è un po’ debole rispetto alla precedente, ma si guarda comunque più che volentieri.

Punti bonus: Kristen Bell.

  • The Shannara Chronicles e Riverdale

 

Apparentemente queste due serie non hanno niente in comune, eppure condividono la stessa quantità imbarazzante di trash, a vagonate proprio. Non fraintendetemi, io amo del buon e sano trash, penso infatti che non faccia bene prendersi sempre troppo sul serio, ma questi due telefilm ogni tanto raggiungono dei livelli assurdi dei quali mi stupisco pure io. Ciò nonostante, continuo a seguirli con grandissimo piacere anche se per il momento stanno proseguendo con grande lentezza.

Punti bonus: Cole Sprouse è cresciuto ed è figo.

  • Dirk Gently’s Holistic Detective Agency

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Probabilmente uno dei miei prodotti televisi preferiti degli ultimi anni, nonostante uno dei protagonisti sia Frodo Baggins (e io non sopporto Frodo Baggins). Un caleidoscopio di bizzarria, tra personaggi, vicende e coincidenze ai limiti del ridicolo che però combaciano perfettamente in un puzzle divertente e avvicente. Ogni puntata mi innamoro sempre di più della personalità spumeggiante di Dirk Gently e mi appassiono alla sua storia, una storia strana ma nel senso più positivo che ci sia.

Punti bonus: l’accento britannico di Dirk.

 

E a voi quali serie tv creano dipendenza?

Introducing me: chi si nasconde dietro Diary of a bibliophile?

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E’ altamente probabile che molti di voi siano arrivati dritti dal mio canale Youtube, ma mi sembra comunque doveroso presentarmi anche solo per avere una scusa in più per sgranchire un po’ non solo le dita, ma anche la mente. Sono infatti passati anni, forse dieci, forse di più, dall’ultima volta in cui ho scritto qualcosa che non fosse un tema, un saggio o una tesi di laurea e temo quindi che la mia prosa, lessico e uso della punteggiatura siano un po’ arruginiti. Perdonatemi quindi se il mio discorso scricchiolerà un po’, ma sono ormai abituata a cianciare a vanvera su Youtube dove i miei balbettii non sono di intralcio, bensì assurdamente spassosi, ma so perfettamente di non potermeli permettere su carta.

Detto ciò, benvenuti! Vi accolgo calorosamente sul mio blog. E’ piccolo e bruttino (fondamentalmente perché non ho idea di cosa sia un codice hotmail, si mangia?), ma è un luogo che forse potrà permettermi di dedicarmi di più alle mie passioni, anche quelle che si allontanano un po’ dall’ambito letterario. Certo, sul canale mi è capitato di parlare di altri argomenti – film, serie tv, pittura e altre cose gioiose – ma mai di poterli approfondire. Forse il blog mi darà questa possibilità, questo dono.

Ma ora la pianto con le premesse e andiamo dritti al punto: mi chiamo Erika (con la k, ci tengo), ho 22 anni (ma ne dimostro 16, 18 forse), mi sono laureata l’anno scorso in Lingue e Letterature Moderne e Classiche e al momento sto frequentando un corso di laurea magistrale in Lingue, Letterature e Traduzione (un’impresa all’apparenza titanica, ma forse posso farcela). Sono nata e cresciuta a Bologna, ho frequentato un liceo scientifico e direi che qua finiscono quelle noiosissime informazioni di circostanza che non interessano mai a nessuno. Ora passiamo alle cose divertenti.

Mi piacciono i libri (questo direi che non è mai stato un mistero), sono infatti un’avida divoratrice di storie, sempre stata e sempre lo sarò. La mia passione per la letteratura è più grande di me (non che ci voglia poi tanto, son ben magrolina, ma non fatevi ingannare da questa sottigliezza, quando dico “grande” intendo “immensa, gigantesca, titanica“) e questo mi ha spinto ad aprire un canale Youtube nel 2014 e chi l’avrebbe mai detto che condividere il mio grande amore per le parole mi avrebbe portato a vivere una delle esperienze più belle e arricchenti della mia intera esistenza? Io di certo no.

Però non mi piacciono mica solo i libri. Se c’è una cosa che dovete sapere di me è che ho un cuore grandissimo, c’è molto spazio da spartire e quindi anche le cose che amo sono tante. Perciò immaginatevi questo: tante cose, forse troppe, tutte aggrovigliate che palpitano, scalciano, si sbracciano per farsi vedere. Alcune le apprezzo e coltivo più di altre, ma sono contenta che ci sia tutta quella folla là dentro, mi fa sentire piena e la mia vita così ha quella marcia in più che non fa mai male. Ma quali sono, vi chiederete giustamente, le altre tue passioni? 

Vi faccio una lista, che forse ci capiamo meglio entrambi: la danza, la pittura, le lunghe passeggiate, la natura, la fotografia, il canto, i film, le serie tv, i dolci (soprattutto mangiarli, ma ogni tanto provo anche a farli), Parigi, i pinguini, raccogliere le conchiglie. Ora, vi ricordate quello scalpitio di cui vi parlavo prima? Quello dove tutte le cose che amo si azzuffano per farsi vedere? Ecco, queste sono quelle che hanno vinto questa volta, le altre probabilmente le vedrete in futuro; è uno dei motivi per cui ho deciso di aprire questo blog.

Se avete voglia di scoprire e scoprirmi e, soprattutto, se volete seguirmi in questa pazza avventura mi trovate qui, in questo piccolo ritaglio del web. Non so ancora di cosa parlerò, non so ancora quando nè come. Non so nemmeno se riuscirò a scrostare la ruggine di cui vi accennavo prima, quella che blocca un po’ le parole. Però so che voglio provare, quindi mi butto e vediamo come va.

Ci vediamo alla prossima, sperando di trovarvi al mio fianco.