Quei pezzi che non combaciano

Mi piacerebbe sapere che cosa si prova ad avere una visione cristallina del proprio futuro, a riuscire a guardare fuori dal finestrino di un treno in movimento e osservare la campagna tutta intorno senza perdersi in chissà che elucubrazioni, ma trovare all’istante – così, in uno schiocco di dita – un punto fermo su cui focalizzare la propria attenzione, uno sguardo quadrato che centra un bersaglio sicuro e che srotola ordinatamente davanti una serie di obiettivi, delle efficaci strategie per raggiungerli e tempistiche più o meno accurate. Io quando torno da Ferrara dopo una lunga giornata passata sui banchi, nel disordinato brusio di un vagone soffocante di persone, mi lascio cadere pesantemente sul primo posto libero, appoggio la testa sul palmo aperto della mano e mi perdo nel rumore sfocato del treno che si muove sui binari. E finisce lì. Nessun progetto, nessuna rivelazione, nessuna direzione.

 

In tasca però sento qualcosa che si scalda, qualcosa che ticchetta e che vibra impaziente e quando ci infilo le dita per capire cosa sia mi ritrovo in mano dei frammenti curvi, quasi come pezzi di vetro, opachi e grezzi. Li tengo in mano e li osservo, provo ad avvicinarli l’uno all’altro per capire se possono combaciare, ma non riesco a trovare la combinazione giusta. Allora li sollevo uno per volta, li osservo attentamente, con calma, ed ecco che qualcosa comincia a prendere forma.

 

Vedo: un pennello umido che strofina piano il pigmento arancione di una demi godet. Gli anni passati china sui libri con il peso di culture che non mi appartengono per nascita sulle spalle e quelli che invece mi sono goduta con il naso all’insù alla scoperta di qualche meraviglia d’Europa. Un libro che si apre e che resta aperto. La lucina rossa intermittente di una videocamera. Le lettere maiuscole che aprono i nomi delle persone più importanti della mia vita, grandi e in grassetto. E alcune altre cose che conosco, che vivo, che alimento a cadenza quotidiana che, e vi chiedo perdono per questo, terrò accese solo dentro di me e che non scriverò qui. Perché sono mie o perché le condivido con qualcuno che amo e il pensiero di dirle ad alta voce, come tante cose belle e forse più di quelle brutte, un po’ fa paura. E si sa, pronunciare qualcosa da sostanza, il vapore diventa solido, le parole prendono forma, si divincolano dalle corde che le stringono, sciolgono i nodi e si liberano nell’aria, come bestie selvagge.

 

Queste parole sono mie, e non sono pronta a lasciarle andare. Questi frammenti curvi sono altrettanto miei, qui nelle mie mani. Ve li mostro, osservateli bene, magari saprete darmi un’immagine che io non sono ancora stata in grado di cogliere. Presi singolarmente, uno per uno, li comprendo – ma se poi non so metterli insieme? Ho tante cianfrusaglie rinchiuse nei miei cassetti, tanti ricordi che tengo stretti, esperienze che mi hanno resa la donna che sono, pezzi di carta su cui ho scribacchiato pensieri sfusi con una penna dall’inchiostro nero, emozioni che ho provato e che custodisco come tesori preziosi, attimi più o meno importanti fermi immobili in un’istantanea. Ho parole, immagini, lettere e canzoni che parlano di me, con me e attraverso di me. Ho frammenti di vissuto che mi spingono in cento direzioni diverse, altri che mi fanno indugiare anche solo sul primo passo da prendere e altri ancora che invece cercano di trascinarmi indietro. Ho errori nei quali non voglio ricadere, ma che sembrano sempre pronti a nascondermi una trappola sotto uno strato di foglie sperando che non la veda e che io, a volte con più prontezza, a volte con grande ingenuità, cerco il più possibile di evitare.

 

Tutto questo, un po’ per volta, acquista senso. Tutto questo, nel silenzio di un solitario pomeriggio d’autunno sembra immenso. Tutto questo, al di là di qualsiasi paura che io possa avere, più tardi che mai, lo so, mi rivelerà dove andare, quale sarà la destinazione che mi permetterà di raccogliere questi pezzi, di metterli insieme e ricavarne fuori qualcosa di bello, qualcosa di buono, qualcosa che farà del bene. Probabilmente non sarà ciò che mi aspetto, probabilmente non riuscirò a incastrarli tutti, probabilmente qualcuno sarò costretta, a malincuore, a lasciarlo andare, ma ad aspettarmi ci sarà qualcosa che avrò costruito io, qualcosa di davvero mio. Alla fine, una persona saggia mi ha spesso ripetuto, è importante il viaggio e non la destinazione. Alla fine, se apri il tuo cuore all’ascolto saprai qual è la tua strada. Non serve che tu sappia tutto adesso, alla fine quel che conta è che tu sia felice.

 

Ora riguardo quei piccoli pezzi di vetro, li osservo col sorriso. A volte, se lo faccio davvero attentamente, riesco a vedere qualcosa che prima non ero stata in grado di cogliere. Dura un attimo, ma è lì, l’ho visto e prima o poi so che lo vedrò di nuovo. Non ho smesso di cercare l’incastro giusto, provo a evitare di spingere con forza i pezzi gli uni contro gli altri, di farli combaciare con violenza. Spesso, invece, li lascio liberi di esistere da soli. Un

equilibrio delicatissimo questo, perché in movimento e come tale deve essere aggiustato di frequente, con pazienza. Bisogna rimboccarsi le maniche e rimettersi in sesto, trovare un baricentro che funzioni e che ci tenga dritti, che ci lasci respirare senza sentirci troppo affannati. Bisogna farlo quotidianamente, giorno dopo giorno, senza abbattersi ad ogni caduta, ma gioendo delle volte in cui ci si riesce invece a rialzare e della spinta che ci diamo nel farlo. Bisogna permettersi di avere paura, di essere sconfortati e affranti, ma anche di farsi aiutare dalle persone che ci vogliono bene, quelle che ci conoscono e che sanno che balsamo darci per mitigare il pizzicore delle nostre debolezze. Bisogna mettere un piede davanti all’altro e continuare a camminare.

 

 

 

 

 

 

 

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