Le braci di Sàndor Màrai // recensione

Non credi anche tu che il significato della vita sia semplicemente la passione che un giorno invade il nostro cuore, la nostra anima e il nostro corpo e che,  qualunque cosa accada, continua a bruciare in eterno, fino alla morte? E non credi che non saremo vissuti invato, poiché abbiamo provato questa passione? E a questo punto mi chiedo: la passione è veramente così profonda, così malvagia, così grandiosa, così inumana? Non può essere che non si rivolga affatto a una persona precisa, ma soltanto al desiderio in sé? Questa è la domanda. Oppure, nonostante tutto, si rivolge a una persona che può essere indifferentemente buona o cattiva, senza che l’intensità del nostro sentimento dipenda in alcun modo dalle sue azioni e dalle sue qualità?

In un castello ai piedi dei Carpazi un vecchio Generale si prepara a ricevere un ospite importante, un uomo che è stato uno dei suoi amici più cari, se non il più caro. Sono passati quarant’anni dall’ultima volta che si sono visti, chi in Estremo Oriente e chi senza mai muoversi dalla sua proprietà,  ma è giunto ormai il momento di rincontrarsi e di combattere finalmente una battaglia senz’armi alla riscoperta di un segreto che hanno taciuto per troppo tempo.

La loro è una resa dei conti fatta di accuse ed evasioni, un sanguinoso conflitto di ricordi e di parole che si rivela nell’evocazione di un passato straziante che riesce però comunque a lanciare uno sguardo malinconico al presente, a un tempo che ormai ha solo gli ultimi spiccioli da offrire.

In una proposta di dialogo che però si trasforma poi in un monologo, Henrik e Konrad si confrontano e danno vita a un intricato racconto fatto di passioni, rimorsi, domande, legami e questioni in sospeso. Compagni di una vita e da una vita, anche nel distacco più totale, i due amici ritrovano la connessione di un tempo: sebbene le loro vite siano sempre state estremamente differenti dalle radici fino ai più piccoli particolari, c’è un filo che li lega, indistruttibile, che negli anni è stato tirato, si è aggrovigliato e consumato, ma non ha mai ceduto alle pressioni. Ed’ è proprio questo che li ha riportati al punto di partenza, spinti quasi un’urgenza mistica, per chiarire e chiarirsi in un malinconico simposio.

Ci si immagina che l’amicizia costituisca un servizio. L’amico, così come l’innamorato, non si aspetta di vedere ricompensati i suoi sentimenti. Non esige contropartite per i suoi servizi, non considera la persona eletta come una creatura fantastica, conosce i suoi difetti e l’accetta così com’è, con tutto ciò che ne consegue. Questo sarebbe l’ideale. E in effetti: vale forse la pena di vivere, di essere uomini, senza un ideale come questo?

Il romanzo si apre e procede con un forte senso di smarrimento mentre sediamo anche noi, spettatori invisibili e silenziosi, alla tavola del Generale. Con l’intenso gusto delle vivande e dei vini che accarezza i nostri palati e gli occhi che si abituano alla luce fioca delle candele azzurre, ascoltiamo la voce di Henrik che racconta di una storia lontana, a tratti avvilente e a tratti patetica, che il lettore percepisce con un certo distacco, ma senza riuscire ad alzarsi da tavola, a chiudere il libro senza aver letto il finale.

Nonostante il suo sia un canto monodico, il Generale non evoca solamente il suo passato e la sua persona, il suo infatti non è un racconto a una corda sola, ma richiama anche l’amico Konrad che risuona forte e chiaro tra una nota e l’altra. Il lettore è quindi chiamato a leggere tra le righe e a scoprire, riscoprendosi anche, il vivido intreccio delle loro esistenze.

Questa dilatazione temporale, questo incontro che diventa scontro, indaga sull’amicizia, sulla solitudine, sulla rivincita, sull’ostinazione, sull’orgolio, sulla dignità, sulla presunzione, sulla perdita, sulla disillusione. E’ una lunga sinfonia di disincanti e memorie che prima procede veloce, poi rallenta, incalza il ritmo, poi lo diminuisce improvvisamente. Dialogo e silenzio, parole e pause.

Ci sono domande che conoscono già fin troppo bene le risposta, altre che non la trovano neanche là dove è nascosta. Ci sono amori e tradimenti che non conoscono e che non conosceranno mai i come e i perché. Ci sono ossessioni che non si spengono e braci che continuano a bruciare anche quando ormai sono diventate cenere. E c’è la sofferenza di chi racconta che rimane imprigionata in un ricordo che non da spiegazioni, in una solitudine che continua ad ardere.

Un racconto miseramente trionfale di un’introspezione fallimentare, di un’indagine folle che disvela in maniera davvero brillante le più grandi passioni umane che, nel bene e nel male, maturano e proliferano anche quando il corpo e la mente sono ormai sul punto di marcire. Un incontro non banale, uno scontro a uno, un dialogo e un non-ascolto che, creando un mondo di contrasti e incastri,  porta alla luce un’interessante e attuale analisi del sé. Appassionante e unico.

Come se nascondesse qualcosa, nelle ossa, nel sangue, nella carne, il mistero del tempo e della vita, qualcosa che non si può comunicare agli altri e non si può tradurre in una lingua diversa: un segreto che le parole non sono in grado di sostenere.

 

 

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