Il dono della solitudine

Sei da sola?

Questa è la domanda che ti fanno, solitamente accompagnata da uno sguardo dispiaciuto, quasi imbarazzato, quando vai da qualche parte da sola. Ci sono alcuni luoghi infatti – ristorante, cinema. Giusto un esempio o due – dove non è socialmente comune presentarsi en solitaire. Un pasto infatti si condivide, un film si guarda insieme.

Ecco, a questo proposito vi propongo la foto qui accanto, il reperto A così come mi piace chiamarlo, che ho scattato qualche ora fa mentre pranzavo in uno dei miei ristoranti cinesi preferiti, rigorosamente da sola. Eravamo io, penna e quaderno dove ho iniziato a scrivere questo articolo e un piatto di alghe wakame. 

Avevo voglia di sushi (e mi capita fin troppo spesso, ma questa è un’altra storia), quindi ho preso la mia macchinetta da caffè (è così che chiamo la mia macchina, è bizzaro lo so, procediamo oltre) e sono andata. Non senza ripensamenti, lo ammetto, non senza la tentazione di fare inversione e tornare dritta a casa, ammetto anche questo, perché chi me lo fa fare di andare a mangiare da sola un freddo venerdì di Novembre? Ma le ciotoline di tartare al salmone, il temaki, l’uramaki spicy salmon, la tempura croccante di gamberi… Insomma, ha vinto lo stomaco. 

Però mentre mi riempivo le guance di riso e pesce crudo (in un chiaro istinto di sopravvivenza per resistere all’imminente arrivo dell’inverno, Ned Stark, who?) mi è sorta spontanea una domanda: come mai tutta questa insicurezza? E perché l’idea di un pasto solitario mi ha spinto più volte a tirare il freno a mano?

Avete mai pensato a quanto spesso rinunciamo a tante occasioni, voglie e desideri perché non abbiamo nessuno al nostro fianco, nessuno da portare con  noi? Sentiamo il bisogno di essere accompagnati, e quando non lo siamo è quasi come se mancasse un tassello fondamentale. Se non c’è nessuno dall’altra parte del tavolo su cui alzare lo sguardo per commentare la bontà del piatto o se nella sala buia mentre ci voltiamo per sussurrare cose come “questo è storicamente inaccurato” o “Chris Hemsworth lo preferivo coi capelli lunghi” risponde solo una poltrona vuota, allora questo in che modo trasforma la nostra esperienza? E’ chiaro che condividerla la rende ancora più bella, inutile negarlo, però spesso ci dimentichiamo che nell’equazione ci siamo anche noi.

Infatti se togliamo uno, 1+1 non fa più due, ma quel due perde la spinta del primo uno, forza motrice, e quindi il risultato qual è? E’ un’opportunità mancata, una possibilità che si sgretola, si spegne, si perde perché meglio di no dai, sai poi che noia fare le cose da solo, solo io? Io e nessun altro? Io, la mia testa e i miei pensieri?

Da una parte comprendo questi dubbi, li comprendo fin troppo bene, dall’altra però mi ricordo di tutte quelle volte che li ho messi da parte e mi sono regalata una prospettiva diversa, una prospettiva dove potevo fare tutto, dovevo soltanto sceglierlo. Quando sono andata al cinema a vedere Arrival o Sette minuti dopo la mezzanotte con non uno, ma ben due enormi sacchetti di popcorn, quelle innumerevoli volte in cui ho preso un autobus e sono diventata turista per caso di quella stessa città che pensavo di conoscere come le mie tasche, quando sono saltata su un aereo per Parigi con un valigia piena di vestiti e un’altra piena di paure, ma anche di speranze c’ero solo io. Un’incogninta, un punto interrogativo, un’equazione che si inizia a risolvere senza aver ancora capito se sia una somma o una differenza. Il risultato però, vi dirò, è sorprendente.

Quante cose infatti si imparano facendole da soli. Un po’ perché non c’è nessuno ad aiutarci, un po’ perché si è costretti, un po’ perché si vuole vincere quella sfida che ci si è imposti e un po’ anche perché è naturale. Alla fine dei conti, l’unica persona con cui siamo sicuri di passare il resto della nostra vita siamo proprio noi, l’unica compagnia che sarà per sempre – per forza – è la nostra. Ed è una relazione indubbiamente complicata, piena di scontri, intrecci, vicoli (e vincoli) senza uscita, testate sul muro, accanimenti e delusioni, però è anche piena di sorprese, come momenti di riflessione come questo che, per quanto possano sembrare difficili, nel lungo termine fanno dei frutti bellissimi.

Quindi in questo pezzo di sushi che sto per addentare rivedo anche la gioia di uscire dal cinema con le dita ancora unte del burro dei popcorn dopo aver visto un film meraviglioso, rivedo tutti i cieli che ho osservato con due occhi grandi così e il naso rivolto all’insù, le ore perse ad ammirare gli affreschi di tutte quelle chiese che ho scoperto per caso e il sapore intenso del caffé che mi sono gustata in quei pomeriggi che ticchettavano di pioggia. E rivedo anche ogni singolo passo che ho fatto a Parigi, che è stata forse la mia paura, ma anche il mio traguardo più grande. E in tutto questo l’unica variabile che è rimasta sempre la stessa ero io, sola

Ora, l’ho già detto e lo ripeto col cuore: insieme è meglio. Però vi dico anche questo, e con altrettanto cuore: da sola è comunque abbastanza, a volte anche troppo.

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